Dall’Italia all’Europa, dalla politica alla Chiesa, il cambiamento è diventato lo slogan preferito di chi dimentica che la prima rivoluzione comincia sempre davanti allo specchio.
C’è una parola che gode di un successo ininterrotto. Non conosce crisi, alternanze politiche né sconfitte elettorali. È una parola che si adatta a tutti i programmi, a tutte le stagioni e a tutte le maggioranze, comprese quelle che ancora devono nascere: cambiamento.
Ogni congresso lo promette. Ogni manifestazione lo invoca. Ogni leader lo annuncia con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto il fuoco. Si cambia l’Italia, si cambia l’Europa, si cambia il mondo. Manca soltanto qualcuno che proponga di cambiare il sistema solare, ma probabilmente è solo questione di tempo.
Il problema è che il cambiamento, quello autentico, è un mestiere difficile. Richiede competenza, disciplina, autocritica e, soprattutto, la rara capacità di mettere in discussione se stessi prima degli altri. Qualità assai meno popolari degli slogan e infinitamente meno redditizie dal punto di vista elettorale.
Del resto, Il Gattopardo aveva già archiviato la questione con una delle più celebri sentenze della letteratura: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» Oggi, però, si è riusciti perfino a peggiorare il paradosso. Si annuncia il cambiamento senza cambiare nulla e, nel frattempo, si riesce ugualmente a peggiorare ciò che già funzionava poco.
Molti secoli prima, Platone aveva intuito dove iniziasse ogni autentica rivoluzione: non nelle piazze, nei parlamenti o nei social network, ma nell’ordine interiore dell’uomo. Prima di rifare il mondo, suggeriva, sarebbe opportuno rimettere in ordine il proprio cuore. Un consiglio di una semplicità quasi offensiva, proprio perché pretende responsabilità personali invece di colpe collettive.
Anche Viktor Frankl, sopravvissuto agli orrori della storia, ricordava che quando non possiamo cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi. È una lezione che continua a risultare sorprendentemente impopolare. Cambiare sé stessi richiede sacrificio; cambiare gli altri basta prometterlo.
E così ogni stagione politica ricomincia da capo. L’8 luglio, ad esempio, il cosiddetto Campo Largo si ritroverà a Napoli con uno slogan che promette di “cambiare l’Italia”. È un diritto, naturalmente, ed è persino auspicabile che chiunque ambisca a governare desideri migliorare il Paese. Il dubbio nasce altrove: possiede davvero gli strumenti per riuscirci? E, soprattutto, è disposto a cambiare prima i propri metodi, i propri limiti, le proprie contraddizioni?
Perché la storia insegna una regola tanto semplice quanto spietata: le capacità non si improvvisano e i miracoli non si pianificano in conferenza stampa.
Il motivatore americano Jim Rohn osservava che, per raggiungere grandi obiettivi, occorre modificare i propri sogni oppure accrescere le proprie capacità. È una formula tanto elementare quanto raramente applicata. Più comodo scegliere una terza via, quella immortalata dalla saggezza lombarda: “tirèmm innanz”. Andiamo avanti così, confidando che la realtà, per stanchezza, finisca con l’adattarsi alle nostre illusioni.
Naturalmente non è un’esclusiva della politica. L’umanità intera coltiva questa illusione. Persino la Chiesa, che dispone di ben altri strumenti morali rispetto ai partiti, continua a scontrarsi con l’immutabilità del cuore umano. Anche Leone XIV, nei suoi primi mesi di pontificato, ha richiamato con forza alla fraternità, alla pace, alla responsabilità verso i più deboli e alla ricomposizione delle divisioni interne. Ma le guerre continuano, le contrapposizioni ecclesiali non evaporano e l’uomo resta ostinatamente affezionato ai propri pregiudizi. Segno che nemmeno l’autorità morale più alta dispone della bacchetta magica quando manca la disponibilità personale a cambiare.
In fondo, la vera riforma è sempre la meno frequentata: quella di sé stessi. È faticosa, silenziosa e non produce fotografie di gruppo né hashtag di successo. Non riempie le piazze, ma cambia davvero le persone.
E forse è proprio questo il motivo per cui continua a essere così poco praticata.
La politica continua a promettere di cambiare il mondo. Il mondo, con ostinata ironia, continua a chiedere ai suoi riformatori un curriculum che cominci dallo specchio.
Siamo certi che Montanelli, davanti alla parola “cambiamento” usata come slogan universale, avrebbe alzato un sopracciglio e osservato: «In Italia il cambiamento è come l’orizzonte: tutti lo indicano, nessuno ci arriva.»
Giuseppe Arnò
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Foto archivio proprio