Quando il tribunale dei social pretende di riscrivere la storia, spesso dimentica di leggere anche le note a piè di pagina.
Ogni tanto i social network, non avendo nulla di meglio da riesumare, riportano alla luce qualche vecchia intervista di Indro Montanelli. Stavolta è tornato in circolazione il celebre spezzone nel quale il giornalista racconta della sua unione con una giovane etiope durante la campagna d’Africa. Naturalmente non circola l’intervista integrale, ma soltanto il frammento più adatto a sostenere il processo. Oggi, del resto, il montaggio ha sostituito l’istruttoria.
L’accusa è semplice: immoralità.
La difesa, invece, richiede qualche riga in più.
Montanelli spiegava che ciò che sarebbe stato inaccettabile secondo il costume italiano non lo era nell’Abissinia di allora, dove quelle unioni erano conformi agli usi locali. Non pretendeva di esportare quella pratica in Italia, né sosteneva che ogni costume fosse moralmente esemplare; ricordava semplicemente un dato storico e culturale.
I giuristi, meno inclini alle indignazioni improvvisate, conoscono da secoli un principio elementare: lex loci regit actum. L’atto, salvo eccezioni, è disciplinato dalla legge del luogo in cui viene compiuto. Non è un’assoluzione morale; è una regola di diritto internazionale privato che serve proprio a evitare l’anarchia giuridica. Confondere il diritto con il giudizio etico significa rendere un pessimo servizio a entrambi.
Naturalmente, se oggi un cittadino italiano sposasse una minorenne in Italia, il problema non si porrebbe neppure: l’articolo 84 del Codice civile e l’intero sistema di tutela dei minori lo impedirebbero, con rilevanti conseguenze giuridiche. Ma proiettare automaticamente l’ordinamento odierno su vicende coloniali di quasi un secolo fa significa cedere a quella tentazione che gli storici chiamano presentismo: giudicare il passato esclusivamente con le categorie del presente.
Questo non impedisce una valutazione morale. Anzi, la rende più seria.
La morale non coincide con il moralismo. La prima cerca di comprendere il bene e il male nella complessità delle circostanze; il secondo si accontenta di distribuire patenti di virtù, preferibilmente retroattive. È la differenza che Giulio Andreotti sintetizzava con il suo consueto sarcasmo: «Distinguerei le persone morali dai moralisti, perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discuterne non hanno poi il tempo di praticarla.»
E Vittorio De Sica aggiungeva, con altrettanta ironia, che l’indignazione morale è spesso composta da una modesta percentuale di morale e da una ben più abbondante dose d’indignazione.
Il punto, allora, non è stabilire se oggi quella vicenda susciti perplessità, è del tutto legittimo che le susciti, ma se sia corretto trasformare un frammento estrapolato dal suo contesto in un capo d’imputazione eterno.
Curiosamente, la stessa società che pretende severità assoluta per fatti avvenuti nell’Abissinia degli anni Trenta mostra talvolta una sorprendente indulgenza verso pratiche culturali contemporanee, importate da altri Paesi e incompatibili con i principi fondamentali del nostro ordinamento, talora valutate dai tribunali anche alla luce del contesto culturale dell’autore. Non è una contraddizione da poco.
La morale dovrebbe essere una bussola. Il moralismo, invece, assomiglia spesso a una banderuola: gira con il vento dell’opinione pubblica.
Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso la questione con una delle sue stoccate: i processi celebrati ottant’anni dopo i fatti hanno un vantaggio indiscutibile. Gli imputati non possono più cambiare la storia; gli accusatori, invece, possono cambiarne il racconto.
Giuseppe Arnò
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Foto Canva mix