Sigonella, il Tycoon e il selfie mancato

Quando la sovranità non si misura in fotografie, ma nella capacità di dire “no”

Epicuro, che aveva il raro pregio di pensare prima di parlare, lasciò ai posteri una massima che sembra scritta apposta per certe cronache moderne: «È una cosa stolta supplicare gli dèi per ottenere ciò che uno è in condizione di procurarsi da sé stesso.»

Ora, immaginare Giorgia Meloni in fila per una fotografia con Donald Trump appartiene più alla letteratura fantastica che alla politica internazionale. Se davvero avesse desiderato immortalare l’amicizia con il Tycoon, avrebbe potuto avvicinarsi, sorridere e scattare un selfie. Operazione tecnicamente alla portata di chiunque possieda uno smartphone e una minima coordinazione motoria.

Eppure una certa stampa e una porzione dei social network sembrano convinti che le relazioni tra Stati si misurino ormai in pixel, sorrisi e pose da album delle vacanze. Così un incontro mancato diventa un incidente diplomatico, una fotografia assente si trasforma in una crisi internazionale e un gesto ordinario assume i contorni di una tragedia shakespeariana.

La realtà, come spesso accade, è molto meno teatrale e molto più interessante.

Perché la questione non è se Meloni abbia ottenuto o meno una foto con Trump. La questione è che l’Italia non ha alcun bisogno di chiedere certificati di esistenza politica a Washington, Bruxelles, Pechino o a qualsiasi altra capitale del pianeta.

Uno Stato sovrano non elemosina attenzione.

Uno Stato sovrano decide.

E quando serve, rifiuta.

La memoria corre inevitabilmente a Sigonella. Ottobre 1985. Bettino Craxi si trovò davanti a Ronald Reagan in una delle più celebri prove di forza della Repubblica italiana. Gli Stati Uniti erano gli Stati Uniti di sempre: potenti, influenti e convinti di avere ragione. L’Italia era l’Italia di allora: spesso litigiosa, talvolta confusa, ma ancora capace di ricordarsi di essere una nazione indipendente.

Per cinque giorni il mondo scoprì una verità sorprendente: anche Roma poteva dire no.

E quel no venne ascoltato.

Quarant’anni dopo, la storia sembra riproporre una versione meno drammatica ma non meno significativa dello stesso principio. Se davvero il governo italiano ha negato l’utilizzo di Sigonella a velivoli statunitensi che non avevano seguito le procedure previste dagli accordi bilaterali, il punto non è essere antiamericani o filostatunitensi.

Il punto è un altro.

Le basi sul territorio italiano si trovano in Italia.

Sembra una banalità, ma in un’epoca in cui molti confondono l’alleanza con la subordinazione, vale la pena ricordarlo.

Essere alleati non significa essere sudditi.

L’amicizia tra nazioni funziona come quella tra persone civili: ci si rispetta proprio perché nessuno deve inginocchiarsi davanti all’altro.

Naturalmente qualcuno troverà sempre scandaloso che un Paese eserciti la propria sovranità. C’è chi considera l’indipendenza una virtù solo quando viene praticata dagli altri. Quando invece riguarda l’Italia, improvvisamente diventa un problema, un incidente, una provocazione.

Ma la sovranità ha una caratteristica curiosa: o esiste oppure non esiste.

Non può essere esercitata a giorni alterni.

Non può essere valida quando si approvano decisioni gradite e sospesa quando si pronunciano decisioni sgradite.

Per questo il vero episodio interessante non è il presunto selfie mancato con Trump. È la riaffermazione di un principio che dovrebbe essere tanto ovvio quanto raro: l’Italia è una Repubblica indipendente e decide in casa propria.

Il resto appartiene alle cronache rosa della geopolitica.

Chiosa

Montanelli avrebbe probabilmente osservato che gli imperi amano essere obbediti, i satelliti amano obbedire e le nazioni serie preferiscono essere rispettate.

E il rispetto, come la dignità, ha una particolarità: non si chiede in prestito e non si ottiene con una fotografia. Si conquista ogni volta che si trova il coraggio di pronunciare una parola semplice, antica e sovrana:

No.

E, infine, le fotografie finiscono negli album. Le decisioni finiscono nei libri di storia.

Giuseppe Arnò
*
Foto: Canva mix

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