Tra la carità cristiana e la contabilità dello Stato corre la stessa distanza che separa il sermone dalla finanziaria. Il Papa salva le anime; i governi cercano di non far affondare la barca.
Quando Papa Leone afferma che la remigrazione «non gli sembra una risposta cristiana», svolge semplicemente il suo mestiere. E lo svolge bene. Del resto, sarebbe curioso il contrario: un Pontefice che invitasse all’indifferenza, alla durezza o alla chiusura del cuore susciterebbe qualche perplessità perfino nei più tiepidi frequentatori delle navate.
Il Papa ragiona con il metro del Vangelo, e il Vangelo non conosce uffici immigrazione, quote di bilancio o statistiche sulla criminalità. Conosce l’uomo, la sua sofferenza e il dovere morale di soccorrerlo. È la sua missione e nessuno può seriamente rimproverargliela.
Il problema nasce quando le parole del pastore scendono dal pulpito e si accomodano sulla scrivania del ministro dell’Interno, dell’economista o del sindaco di una città già alle prese con scuole insufficienti, ospedali sovraffollati e bilanci che arrancano peggio di certi pellegrini sulla Via Francigena.
Qui la carità incontra la realtà, e le due non sempre passeggiano a braccetto.
Esiste infatti una differenza sostanziale tra il dovere morale di accogliere e la possibilità materiale di farlo. Una differenza che non nasce dalla cattiveria, ma dall’aritmetica. Se una barca è costruita per dieci persone, imbarcarne cento può essere un gesto generoso; resta però un modo assai efficiente per mandare a fondo tutti, equipaggio compreso.
Non è una bestemmia ricordarlo. È semplicemente il riconoscimento di quel vecchio principio latino, est modus in rebus: ogni cosa ha una misura, e perfino le virtù, quando ignorano la realtà, rischiano di trasformarsi in problemi.
Naturalmente esiste remigrazione e remigrazione. Le leggi distinguono tra chi ha diritto alla protezione e chi non lo ha, tra chi rispetta le regole del Paese che lo ospita e chi le considera un fastidioso suggerimento. Stabilire tali differenze non è compito di crudeli pagani assetati di respingimenti, ma di amministratori chiamati a tutelare la convivenza civile, la sicurezza e i diritti tanto dei cittadini quanto degli stranieri che rispettano le regole.
Il Papa, dal canto suo, continuerà a chiedere misericordia. E fa bene. Che altro dovrebbe chiedere un Papa? Una volta i Pontefici disponevano anche del potere temporale e potevano misurare direttamente il peso delle decisioni terrene. Oggi esercitano soprattutto quello spirituale, che è già un compito immenso.
Per questo le sue parole meritano ascolto, ma non necessariamente applicazione letterale. Il Vangelo indica la direzione della coscienza; lo Stato deve anche fare i conti con la geografia, l’economia e la natura umana, che raramente collaborano con gli evangelisti.
In fondo la questione è tutta qui: le anime non hanno confini, gli Stati sì. E la politica, piaccia o no, è l’arte di amministrare i secondi senza dimenticare le prime. Un equilibrio difficile, che nessuna predica può risolvere e nessun decreto può sostituire.
Come accade spesso, il Papa ricorda agli uomini ciò che dovrebbero essere. I governi, più modestamente, cercano di gestire ciò che gli uomini sono. E tra queste due verità corre la stessa distanza che separa il Paradiso dall’ufficio anagrafe.
I santi salvano il mondo con i miracoli. I ministri, non disponendo dello stesso ufficio, devono arrangiarsi con i regolamenti.
Giuseppe Arnò
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