Se presidenti, sindaci e amministratori hanno una scadenza, perché il Successore di Pietro dovrebbe essere assunto a vita? Una provocazione rispettosa per tempi che cambiano più in fretta dei conclavi.
Non si allarmino i cardinali, non preparino scomuniche preventive i canonisti e non si precipitino i teologi a verificare se l’autore abbia smarrito il senno. Si tratta soltanto di una domanda, una di quelle che nascono quando il mondo corre e la fantasia, ogni tanto, gli corre dietro.
E se il Papa fosse eletto per sette anni, con possibilità di rielezione, un po’ come accade per il Presidente della Repubblica italiana?
L’idea, a prima vista, potrebbe sembrare uscita da una riunione tra costituzionalisti annoiati e sacrestani progressisti. Eppure, osservata senza pregiudizi, qualche spunto lo offre.
I pontefici vengono generalmente eletti in età già matura ma ancora pienamente operativa. Sette anni sarebbero un tempo sufficiente per imprimere una direzione alla Chiesa, affrontare le grandi questioni del proprio tempo e lasciare un’impronta riconoscibile. Al termine del mandato, il conclave potrebbe confermare il Papa oppure scegliere una nuova guida.
Del resto, il mondo contemporaneo sembra diffidare delle cariche perpetue. Persino i governi che si dichiarano eterni finiscono per avere una data di scadenza, se non altro biologica. Solo il papato continua a sfidare il calendario con una serenità che meriterebbe un brevetto.
Naturalmente nessuno intende assimilare il Pontefice a un capo politico o, peggio ancora, a uno di quei presidenti a vita che la storia ha spesso catalogato tra le sue disavventure. Il paragone riguarda esclusivamente la durata del mandato. Sul piano spirituale, il Papa resta il Successore di Pietro; sul piano organizzativo, ci si limita a domandarsi se un termine prestabilito potrebbe giovare alla Chiesa del XXI secolo.
D’altronde, l’esperienza del Papa emerito ha già dimostrato che un pontefice può continuare a offrire consiglio, saggezza ed esperienza senza necessariamente occupare il trono di Pietro. Si potrebbe immaginare un collegio di ex pontefici, una sorta di senato dei probi viri in abito bianco, pronti a dispensare prudenza quando la prudenza scarseggia, evento non raro nella storia umana.
La Chiesa ha attraversato imperi, rivoluzioni, guerre mondiali, ideologie e persino i social network. Ha dimostrato una capacità di adattamento che spesso i suoi critici le negano. Per questo la domanda non appare così scandalosa: un pontificato a termine potrebbe rappresentare un’evoluzione naturale oppure un inutile cedimento allo spirito dei tempi?
Non lo sappiamo.
Sappiamo però che le istituzioni sopravvivono perché sanno distinguere ciò che è eterno da ciò che è modificabile. E forse proprio qui si nasconde la questione.
Il sassolino è stato lanciato nello stagno. Se ne nasceranno onde o soltanto qualche cerchio d’acqua, lo decideranno i lettori.
Nel frattempo, possiamo stare tranquilli: qualunque cosa accada, lo Spirito Santo continuerà a non avere bisogno di campagne elettorali.
Concludendo
“La Chiesa ha duemila anni e una pazienza che nessun governo ha mai posseduto. Per questo può permettersi di ascoltare anche le idee più bizzarre. Poi, con la calma delle istituzioni che ragionano in secoli, decide se archiviarle o trasformarle in tradizione.”
E, per dirla con una punta di Montanelli, le idee più interessanti non sono quelle che convincono tutti, ma quelle che costringono qualcuno a grattarsi la testa prima di dissentire.
Giuseppe Arnò
*
Fhoto Blender mix