Da Schumacher e Todt ai pellegrinaggi dei tifosi: il miracolo continua a non arrivare
C’era una volta una Ferrari che vinceva. E non si tratta di una leggenda tramandata dai nonni davanti al camino, ma di una realtà che milioni di appassionati ricordano ancora benissimo. Erano i tempi di Michael Schumacher e Jean Todt, gli artefici di una delle più straordinarie epopee sportive della Formula 1.
Poi la corsa finì.
Da allora sono passati direttori sportivi, ingegneri, strateghi, piloti e salvatori della patria annunciati. Sono cambiati regolamenti, motori, gomme e persino le piste. L’unica cosa rimasta immutata è l’attesa del ritorno alla gloria.
Ma la resurrezione è materia per santi.
E così i tifosi della Ferrari, sparsi nei cinque continenti, continuano a pregare. Pregano davanti al televisore, durante le qualifiche e, nei casi più gravi, persino durante il pranzo della domenica. Le grazie, però, tardano ad arrivare.
Viene il sospetto che San Cristoforo, protettore degli automobilisti, si sia stancato delle stravaganze di Maranello e abbia deciso di togliere il proprio patrocinio. Oppure che qualcuno, per eccesso di prudenza, abbia sistemato sul cruscotto delle monoposto la celebre immaginetta con la scritta: «Non correre, papà».
Quale che sia la spiegazione, il risultato cambia poco.
La Ferrari continua a far battere i cuori, ma troppo spesso lo fa con gli effetti collaterali di una visita cardiologica. Perché una scuderia che porta sulle spalle il peso della propria storia e l’onore di essere la squadra più famosa del mondo non può vivere soltanto di ricordi.
I piloti contano, certo. Ma senza una vettura competitiva anche il talento più cristallino finisce per trasformarsi in una consolazione domenicale. E quando le sconfitte diventano una consuetudine, il prestigio del passato smette di essere una risorsa e si trasforma in un peso.
La Ferrari non ha bisogno di una mano di vernice. Ha bisogno di reinventarsi. Da cima a fondo.
Nel frattempo i tifosi continueranno a fare ciò che fanno da quasi vent’anni: sperare. È una forma di fede sportiva che resiste alle classifiche, alle statistiche e perfino all’evidenza.
Parafrasando Cicerone, viene da chiedersi:
«Fino a quando, o Ferrari, abuserai della pazienza dei tuoi tifosi?».
Forse la risposta è nascosta proprio nella natura del ferrarista. Una creatura singolare che soffre, protesta, impreca contro strategie e motori, giura di averne abbastanza e poi, puntualmente, la domenica successiva si ripresenta davanti allo schermo.
La Ferrari, in fondo, è diventata come certi antichi nobili decaduti: vive in un palazzo pieno di ritratti degli antenati e racconta agli ospiti quanto fosse grande la famiglia. I tifosi ascoltano con rispetto e perfino con affetto.
Ma, prima o poi, qualcuno domanda quando arriverà il prossimo erede capace di vincere una corsa invece di una commemorazione.
Giuseppe Arnò
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Foto archivio Lagazzetta