Bolivia, tensioni a La Paz ed El Alto: tra proteste, accuse di destabilizzazione e nuovi equilibri geopolitici regionali.
Sono trascorsi quasi sette mesi dall’insediamento del presidente Rodrigo Paz Pereira e il quadro politico e sociale della Bolivia continua ad apparire fortemente instabile. Secondo ambienti vicini all’attuale governo, il Paese avrebbe ereditato anni di deterioramento istituzionale, crisi economica, crescita del narcotraffico e progressivo indebolimento dello Stato di diritto. Tuttavia, un bilancio ufficiale e completo della situazione precedente non sarebbe ancora stato presentato pubblicamente.
Nel frattempo, La Paz ed El Alto vivono da quasi un mese una situazione di forte tensione caratterizzata da blocchi stradali, proteste e difficoltà nei collegamenti. Una condizione che starebbe provocando gravi disagi alla popolazione civile, con carenze di medicinali, ossigeno e forniture essenziali segnalate da diverse fonti locali.
Secondo organizzazioni civiche e osservatori dei diritti umani, il protrarsi dei blocchi rischierebbe di compromettere diritti fondamentali come la libera circolazione, l’accesso alle cure mediche e l’approvvigionamento alimentare. In particolare, vengono denunciate difficoltà nel transito delle ambulanze, episodi di violenza e tensioni crescenti nelle aree interessate dalle manifestazioni.
Il governo e i suoi sostenitori ritengono che l’attuale crisi non rappresenti soltanto una protesta sociale spontanea. Secondo questa interpretazione, le tensioni si sarebbero aggravate dopo l’arresto e l’estradizione di Sebastián Marset e il conseguente contrasto con reti legate al narcotraffico regionale, attivo in diversi Paesi sudamericani.
Tali ricostruzioni non hanno però trovato, almeno finora, conferme definitive sul piano giudiziario internazionale. Resta comunque diffusa, in alcuni settori politici e analitici, la convinzione che dietro parte delle proteste possano muoversi anche interessi criminali e strategie di destabilizzazione.
In questo contesto, alcuni esponenti vicini all’attuale governo hanno inoltre denunciato presunte interferenze politiche esterne riconducibili ad ambienti vicini al cosiddetto “socialismo del XXI secolo” e al Gruppo di Puebla. Anche in questo caso, le accuse ipotetiche alimentano il dibattito politico regionale, ma restano oggetto di forte contrapposizione tra le diverse parti.
La Bolivia continua infatti a occupare una posizione strategica nello scenario sudamericano, sia per le sue risorse naturali sia per il suo peso geopolitico. L’attuale governo viene percepito come distante dagli equilibri politici regionali riconducibili all’area del castrochavismo latinoamericano, elemento che avrebbe contribuito ad aumentare le tensioni interne ed esterne.
Secondo i critici di tali modelli politici, il cosiddetto socialismo del XXI secolo starebbe attraversando nel Paese una fase di progressivo indebolimento. Per altri settori, invece, le proteste rappresenterebbero soprattutto il sintomo di profonde difficoltà economiche e sociali ancora irrisolte.
In questo clima, cresce il dibattito sulla necessità di una ricostruzione istituzionale capace di rafforzare la giustizia, tutelare i diritti fondamentali e ridurre il livello di conflittualità politica che da anni attraversa il Paese.
Da VIGILIA DE DDHH Y GARANTÍAS FUNDAMENTALES arriva infine un appello alla difesa della democrazia, della libertà e dei diritti umani, con l’invito a evitare ulteriori escalation di violenza e a favorire una soluzione politica e istituzionale della crisi boliviana.
Coti Berdegral
Fonte: Vincenzo Tuccillo
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