Mimmo Leonetti e la solitudine del giusto: da Lamed Vav a “Io sono leggenda”

La tradizione ebraica dei Lamed Vav, i trentasei giusti nascosti, custodisce una delle immagini più affascinanti della responsabilità umana. Secondo la leggenda, il mondo continuerebbe a esistere grazie a trentasei uomini giusti che ignorano la propria condizione. Non sono sovrani, condottieri o legislatori: la loro forza risiede proprio nell’anonimato e nell’umiltà.

A prima vista, il romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson sembra muoversi in una direzione opposta. Robert Neville è l’ultimo uomo rimasto fedele a un’umanità ormai scomparsa. Sopravvive in un mondo che non riconosce più i valori che egli difende e che, anzi, lo considera una figura anomala. La leggenda nasce così da un paradosso: Neville è un eroe soltanto dal proprio punto di vista, mentre per i nuovi abitanti della Terra rappresenta l’ultimo residuo di un ordine destinato a scomparire.

È tra questi due estremi che sembra collocarsi la voce poetica di Mimmo Leonetti. Nei versi «Io sono leggenda, ho attraversato la terra di Tracia a fianco di Spartaco», l’autore non assume il ruolo del giusto inconsapevole né quello dell’ultimo superstite. Piuttosto, si presenta come un testimone che ha attraversato simbolicamente la storia e ne osserva gli esiti.

La figura di Spartaco richiama l’idea della ribellione contro l’ingiustizia, della speranza di un riscatto possibile. Ma il tono della poesia suggerisce che quella speranza sia stata sottoposta alla prova del tempo. «Guardo l’umanità diventata immondizia, il tradimento pane quotidiano»: il giudizio è severo, ma appare soprattutto come l’espressione di una profonda disillusione nei confronti della condizione umana.

In questa prospettiva si può cogliere un’eco del mito platonico della caverna. Se nel racconto di Platone chi ha visto la luce torna tra gli uomini per condividere la verità, nella poesia di Leonetti sembra emergere una figura diversa: quella di chi osserva il mondo da una distanza che non nasce dall’indifferenza, ma dalla consapevolezza delle sue contraddizioni.

Anche il riferimento al numero 33, presente nel sigillo evocato dall’autore, può essere letto in chiave simbolica. Più che rinviare a specifiche interpretazioni esoteriche, esso sembra alludere a un percorso di conoscenza, a una maturazione dello sguardo. Da una parte i trentasei giusti della tradizione, inconsapevoli del proprio ruolo; dall’altra il testimone che vede e comprende. Tra queste due figure si sviluppa la tensione centrale del testo.

La poesia di Leonetti sembra allora interrogarsi sul destino di chi continua a osservare quando le illusioni si sono consumate. Non l’eroe che salva il mondo, né il santo che lo redime, ma il testimone che conserva memoria delle promesse tradite e delle speranze perdute.

Forse è proprio questa la dimensione della leggenda evocata dall’autore: non la gloria di chi trionfa, ma la persistenza di chi continua a raccontare ciò che ha visto. In un tempo in cui tutto sembra consumarsi rapidamente, la testimonianza diventa essa stessa una forma di resistenza.

E forse il compito del giusto, oggi, non è più quello di sostenere il mondo sulle proprie spalle, ma di ricordargli ciò che rischia di diventare quando dimentica sé stesso.

Mimmo Leonetti

 

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