I peccatori senza pentimento

 

Tra cassaforti, moralismi e anime smarrite: il mondo moderno processa il peccato, ma assolve la corruzione

C’era una volta il peccatore. Aveva almeno il buon gusto di inginocchiarsi, abbassare lo sguardo e recitare un mea culpa. Oggi, invece, il peccatore moderno convoca una conferenza stampa, assume tre avvocati, nega l’evidenza e, se proprio costretto, sostiene che quei gioielli erano “regali di famiglia”.

Viviamo nell’epoca più moralista e meno morale della storia contemporanea. Ogni giorno veniamo svegliati da un nuovo scandalo, da una nuova inchiesta, da un’altra caduta di qualche personaggio che fino a ieri pontificava sulla legalità, sui diritti, sulla purezza civile e sulla superiorità etica. Poi apri il giornale e scopri che dietro la cattedra c’era la cassaforte.

L’ultimo caso arriva dalla Spagna. L’ex premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero sarebbe finito al centro di un’inchiesta per  presunti reati di traffico di influenze e falso documentale, con contorni degni di un romanzo sudamericano: gioielli, orologi di lusso e perfino l’ipotesi di una fuga verso Caracas passando per Santo Domingo.

Naturalmente, vale sempre il principio sacrosanto della presunzione d’innocenza. Ma il punto non è il singolo caso. Il punto è il teatro umano che si ripete con monotona puntualità. Cambiano le bandiere, le ideologie, i governi e le religioni civili del momento; resta immutata la vecchia tentazione dell’uomo: predicare austerità dal balcone e contare i diamanti nel retrobottega.

E non è certo un’esclusiva iberica. La Francia ha visto un ex presidente come Nicolas Sarkozy alle prese con processi e accuse. L’Italia, da questo punto di vista, potrebbe tranquillamente aprire un museo nazionale del trasformismo etico. Altrove non va meglio. Cambiano soltanto il colore delle cravatte e il tono delle dichiarazioni ufficiali.

Il popolo, si dirà, non è diverso. Ed è vero. L’essere umano inciampa ogni giorno tra vanità, egoismi, ipocrisie e piccoli tradimenti quotidiani. La religione lo chiama peccato, la filosofia debolezza, la politica opportunità. Ma almeno il cittadino comune non pretende quasi mai di incarnare la perfezione morale universale davanti alle telecamere.

Qui entra in scena il vecchio tema del peccato. Il cristianesimo insegna la misericordia infinita; l’Islam ricorda che l’anima umana è incline al male se non viene guidata dalla misericordia divina. E forse entrambe le visioni convergono in una verità antica quanto l’uomo: sbagliare è inevitabile. Corrompersi fino a non distinguere più il bene dal proprio interesse, invece, è una scelta.

La differenza, infatti, non sta tra peccatori e innocenti. Gli innocenti assoluti esistono solo nelle campagne elettorali e nelle biografie autorizzate. La differenza sta tra chi riconosce il proprio limite e chi lo trasforma in sistema. Tra chi cade e chi costruisce una carriera sulla caduta degli altri.

Papa Francesco lo disse con chiarezza: Pietro era peccatore, ma non corrotto. Distinzione fondamentale. Il peccatore può ancora arrossire. Il corrotto, invece, arrossisce solo quando arrivano i finanzieri.

Oggi il dramma non è tanto il male, quello accompagna l’uomo dai tempi della mela, quanto l’assenza del pentimento. I criminali contemporanei raramente si accusano di aver fatto il male; al massimo si rimproverano di essersi fatti scoprire. Come osservava con amara ironia Fabrizio Caramagna, certi uomini non si pentono del peccato, ma dell’errore tecnico con cui lo hanno commesso.

E allora, riusciremo a salvarci da questo mondo impazzito? Probabilmente no. O almeno non presto. Perché la vera epidemia non è la criminalità: è l’adorazione del potere senza coscienza, del denaro senza misura, dell’apparenza senza vergogna.

Forse servirà un miracolo. O forse basterebbe qualcosa di molto più raro: un uomo capace di dire “ho sbagliato” prima che lo dica un tribunale.

Ma sarebbe già fantascienza.

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva remixed

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