Sui migranti, risposta a un amico

Caro amico,

il tuo ragionamento è serio e umano, e proprio per questo merita una risposta altrettanto seria, senza trasformare il tema in una gara di slogan da talk show, dove in cinque minuti si pretende di risolvere ciò che governi e tribunali non riescono a sistemare in decenni.

Nessuno, credo, pensa davvero che un essere umano possa essere “illegale”. Semmai può esserlo la sua posizione rispetto alle norme di uno Stato. E qui il punto non è linguistico ma sostanziale: la parola “irregolare”,  come ricorda anche la Treccani,  non è un insulto, è una qualificazione giuridica. Un po’ come “abusivo” per una costruzione senza permesso: non è un’offesa personale al muratore, ma la constatazione che quella casa non avrebbe dovuto sorgere lì.

Il problema è che per anni l’Europa ha oscillato fra due estremi: da un lato chi vedeva ogni migrante come un invasore, dall’altro chi considerava qualunque controllo una crudeltà medievale. Nel frattempo, però, la realtà,  che è notoriamente meno sentimentale dei convegni universitari,  bussava alla porta. E bussava forte.

Hai ragione quando dici che esistono casi umani complessi: famiglie miste, figli nati nel Paese ospitante, persone che lavorano da anni senza aver mai creato problemi. Le leggi, da sole, non riescono sempre a contenere tutte le sfumature della vita. Ma proprio per questo servono regole chiare e credibili. Perché uno Stato che non distingue più fra chi entra legalmente e chi no, finisce inevitabilmente per fare un torto anzitutto a chi le regole le ha rispettate.

Ed è qui che l’Europa sembra finalmente essersi svegliata dal suo lungo sonnellino moraleggiante. Non perché sia diventata improvvisamente “cattiva”, ma perché ha capito che il buonismo elevato a sistema rischiava di minare i pilastri stessi della convivenza civile. Una comunità senza regole condivise non diventa più umana: diventa semplicemente più fragile.

Naturalmente, chi delinque gravemente e gode dell’ospitalità di un Paese democratico non può pretendere immunità perpetua: il rimpatrio, in quei casi, è una conseguenza logica prima ancora che politica. Ma anche chi entra o rimane senza titolo sa, o dovrebbe sapere, che quella condizione comporta un rischio. È una scelta consapevole, come costruire una villetta sul terreno del vicino sperando che il Comune sia distratto o particolarmente romantico. Quando arriva l’ingiunzione di demolizione, indignarsi contro il catasto appare quantomeno creativo.

In sostanza, le strade possibili, e qui mi permetto di ribadirlo io, sono tre: chi ha diritto di permanenza è ben accetto; chi non lo ha non può esserlo; chi lo ha ma delinque gravemente perde il beneficio dell’ospitalità. Tre strade, dunque, ma una sola bussola: la legge. Perché senza quella, resta soltanto il caos. E il caos, storicamente, non è mai stato particolarmente inclusivo.

Giuseppe Arnò

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Foto creative ipso

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