L’Europa scopre i confini: dopo anni di lezioni morali, Bruxelles si accorge che governare i flussi migratori non era poi una bestemmia sovranista
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C’è qualcosa di commovente nell’Europa che, dopo aver trascorso un decennio a distribuire patenti di umanità e insufficienze democratiche, oggi annuncia con tono grave: “Meno ingressi irregolari e più rimpatri”. Come Colombo che scopre l’America nel cortile di casa.
Alla Conferenza Med9 in Croazia, dove siedono Italia, Francia, Spagna, Grecia e gli altri Paesi mediterranei che con l’immigrazione ci convivono davvero, non nei salotti televisivi di Bruxelles, il commissario europeo agli Affari Interni, Magnus Brunner, ha rivendicato il nuovo corso europeo: controllo delle frontiere, procedure più rapide, rimpatri efficaci, cooperazione rafforzata fra Stati membri e norme severe per chi delinque.
In pratica, ciò che fino a ieri veniva descritto come “ossessione della destra”.
Toh.
Per anni, chiunque osasse sostenere che un Paese dovesse sapere chi entra, perché entra e cosa fa dopo essere entrato, veniva trattato come un reduce del paleolitico politico. La parola “confine” evocava scandalo; “rimpatrio” sembrava una parolaccia pronunciata in chiesa. L’importante era l’accoglienza, purché naturalmente organizzata nei quartieri degli altri.
Nel frattempo, l’Europa produceva summit, tavole rotonde, campagne emotive e statistiche creative, mentre le cronache quotidiane compilavano un bollettino sempre più inquietante. Ma si sa: quando l’ideologia guida il timone, la realtà viene considerata un fastidioso incidente di percorso.
Il regista Žarko Petan lo spiegò benissimo: “Gli storici falsificano il passato, gli ideologi il futuro.” E il futuro europeo, negli ultimi anni, sembrava progettato più da un laboratorio di sociologia sperimentale che da governi chiamati a garantire ordine, sicurezza e coesione sociale.
Poi è accaduto l’imponderabile: i fatti.
I dati oggi raccontano che la stretta sugli ingressi irregolari funziona. La rotta dei Balcani occidentali registra un calo del 55% degli attraversamenti illegali negli ultimi due anni; del 90% negli ultimi tre anni; e nei primi mesi dell’anno corrente il decremento continua. Miracolo? No. Semplicemente politica applicata alla realtà anziché ai manifesti.
E qui si consuma la più grande ironia continentale: molte delle misure oggi sostenute dall’Unione europea coincidono con quelle che il governo di Giorgia Meloni proponeva mentre mezza Europa storceva il naso e l’altra metà preparava editoriali indignati.
Non era difficile capire che procedure di asilo rapide, controlli seri e accordi efficaci con i Paesi di origine avrebbero ridotto abusi e traffici criminali. Non serviva un Nobel per la geopolitica né un seminario progressista a porte chiuse. Bastava il buon senso, quella virtù oggi considerata estremista.
Naturalmente, salvis juribus: nel rispetto del diritto internazionale e della tutela di chi fugge davvero da guerre e persecuzioni. Perché governare l’immigrazione non significa negare l’umanità; significa impedire che l’umanità venga trasformata in un mercato clandestino gestito da trafficanti, cinici e professionisti della retorica.
Il problema è che in Europa si è perso troppo tempo a confondere il controllo con la crudeltà e il disordine con la solidarietà. E quando una civiltà smette di distinguere tra accoglienza e resa, finisce inevitabilmente per importare problemi che poi finge di non vedere.
Adesso Bruxelles cambia tono. Finalmente. Meglio tardi che mai. Anche perché il cittadino europeo, nel frattempo, aveva già capito tutto da un pezzo: chi non vuol capire, non capirà mai; ma chi è costretto dalla realtà, prima o poi, si adegua.
E l’Europa, oggi, sembra essersi adeguata. Con la grazia elegante di chi arriva ultimo… cercando però di fingersi primo.
Giuseppe Arnò