Modena, il condominio Italia e il regolamento dimenticato

Tra tragedia, integrazione fallita e cittadinanze distribuite come volantini del supermercato

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La tragedia di Modena impone rispetto prima ancora che analisi. Otto feriti, vite spezzate o mutilate, famiglie travolte insieme ai corpi scaraventati sull’asfalto di via Emilia. In questi casi il sarcasmo deve camminare in punta di piedi, quasi chiedendo permesso, perché il dolore vero non tollera gli acrobati della tastiera.

Eppure, proprio mentre la cronaca cerca ancora di ricostruire il folle gesto di Salim El Koudri, nato a Seriate, residente nel modenese, italiano di seconda generazione, la politica italiana ha fatto ciò che sa fare meglio: trasformare una tragedia in un ring condominiale, dove tutti urlano dal balcone e nessuno paga mai le spese straordinarie.

Da una parte Matteo Salvini rilancia il giro di vite: revoca della cittadinanza, espulsioni, linea dura. Dall’altra il ministro Alfredo Mantovano, e vari commentatori allineati, ricordano che l’autore della strage era sì di origine marocchina, ma italiano nato in Italia. Tradotto: il problema non sarebbe l’immigrazione, bensì altro.

E invece il problema è proprio quel “bensì altro” che nessuno vuole definire chiaramente.

Perché il punto non è stabilire se tutti gli stranieri siano un problema. Sarebbe una sciocchezza colossale, oltre che un’ingiustizia. Milioni di persone lavorano, rispettano le leggi, educano i figli, pagano le tasse e contribuiscono alla società con una dignità spesso superiore a quella di certi italiani professionisti del disordine civile. Non tutti gli stranieri sono allergici alle regole della convivenza; anzi, molti le rispettano più scrupolosamente di chi è nato sotto il campanile.

Il punto vero è che l’Italia continua a confondere l’integrazione con la semplice presenza fisica sul territorio.

Abitare nello stesso Paese non significa automaticamente appartenere alla stessa comunità morale. Una carta d’identità non produce miracolosamente identità culturale. La cittadinanza non è un coupon fedeltà distribuito all’ingresso dell’ipermercato democratico. È un patto. E ogni patto comporta diritti, certo, ma anche doveri non negoziabili.

Per anni abbiamo raccontato la favola zuccherosa secondo cui bastasse mettere insieme persone provenienti da mondi differenti affinché sbocciasse spontaneamente l’armonia multiculturale, come nei dépliant delle compagnie aeree. Poi però arriva la realtà, che ha meno poesia e più pronto soccorso.

Serve allora ripensare seriamente il concetto di integrazione. Non come parola ornamentale da convegno ministeriale, ma come pratica concreta e reciproca.

L’accoglienza non può limitarsi a un tetto, a un modulo compilato e a qualche slogan pedagogico. Deve prevedere educazione civica reale, conoscenza della lingua, comprensione delle leggi, rispetto delle tradizioni costituzionali e culturali del Paese ospitante. E questo vale soprattutto per la scuola.

Perché l’educazione interculturale non consiste nel fingere che tutte le culture siano identiche e perfettamente compatibili. Consiste nel creare un terreno comune dove differenze e libertà possano convivere senza dissolvere i principi fondamentali della società che accoglie.

Altrimenti si produce il paradosso occidentale: società che predicano inclusione mentre smarriscono il coraggio di difendere sé stesse.

In questo senso, la proposta di Matteo Salvini sulla revoca della cittadinanza per chi commette crimini gravissimi, indipendentemente dalla tragedia di Modena e senza bisogno di partigianerie da stadio, appare meno irragionevole di quanto molti fingano di credere. Uno Stato serio ha il diritto di domandarsi se chi colpisce deliberatamente la comunità debba continuare a godere integralmente del vincolo fiduciario che quella stessa comunità gli ha riconosciuto.

Naturalmente la questione giuridica è complessa, delicata, costituzionalmente scivolosa. Ma politicamente il tema esiste. E ignorarlo per paura di sembrare severi significa lasciare il monopolio della discussione agli urlatori professionisti.

Del resto, gli antichi, che avevano meno talk show ma più memoria storica, consideravano l’ospitalità una virtù sacra. Il forestiero veniva accolto, protetto, aiutato. Ma quel rapporto implicava reciprocità, rispetto, gratitudine. L’ospite non trasformava la casa altrui in territorio ostile.

Per questo torna amaramente attuale la frase di Jules Renard: “Fai come se fossi a casa tua, ma non dimenticare che qui io sono a casa mia”.

Ecco il nodo. L’Italia sembra aver dimenticato entrambe le parti della frase: l’ospitalità e il limite.

Così oggi il “condominio Italia” vive senza regolamento chiaro: portoni spalancati, amministratori litigiosi, assemblee isteriche, inquilini corretti trattati da sospetti e disturbatori trattati da vittime del sistema. Un caos perfetto.

Ma il mondo è già abbastanza incendiato di suo: guerre, crisi economiche, tensioni sociali, fanatismi, solitudini urbane e rabbie identitarie. Se aggiungiamo anche l’incapacità di stabilire regole condivise dentro casa nostra, allora davvero il cartello più onesto da appendere all’ingresso del Paese rischia di diventare uno solo:

“Si salvi chi può”.

Giuseppe Arnò

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Foto Blender mix

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