Da Stasi a Zuncheddu, il prezzo dell’errore giudiziario e quella strana abitudine di pesare la libertà come le zucchine al mercato
“Chi rompe paga”, insegnavano le nonne con severità notarile e mestolo in mano. Era una regola semplice, comprensibile persino ai bambini e, miracolo italiano, più chiara di molte sentenze.
Poi però arriva il diritto moderno, con le sue formule, le sue cautele, le sue liturgie televisive, e scopriamo che se lo Stato ti rompe la vita, la libertà, la reputazione, gli anni migliori, può sempre compilare un assegno. Come il carrozziere dopo una sportellata.
Nei telegiornali si discute in queste ore del caso di Alberto Stasi. Se un giorno fosse dichiarato innocente per l’omicidio di Chiara Poggi, avrebbe diritto a un indennizzo milionario per i diciassette anni trascorsi in carcere. Quattro milioni, dicono. Una cifra enorme. O forse ridicola. Dipende da cosa si stia comprando.
Perché il punto è tutto lì: la libertà non è un’automobile incidentata. Non è un appartamento da ristrutturare. Non è un vaso Ming precipitato dal balcone della burocrazia. La libertà è l’unico bene senza equivalente. Montesquieu, che non frequentava talk show ma capiva ugualmente il mondo, sosteneva che la libertà fosse il bene che permette di godere di tutti gli altri. Senza di essa, il resto è arredamento.
E allora viene spontaneo domandarsi: esiste davvero una tariffa per gli anni perduti? Quanto vale una giovinezza consumata dietro le sbarre? Quanto costa l’umiliazione pubblica? Quanto vale sentirsi chiamare assassino per quasi vent’anni? Il tariffario ministeriale non lo dice. Forse perché non esiste una moneta capace di cambiare il tempo già vissuto.
Naturalmente nessuno pensa che i giudici siano aguzzini in toga o personaggi usciti da un romanzo gotico russo. L’errore umano esiste, e la giustizia, essendo amministrata dagli uomini, inciampa come tutte le opere umane. Ma il problema nasce quando l’errore diventa “fisiologico”, parola elegante che in Italia usiamo spesso per trasformare le tragedie in prassi amministrative.
È stato detto, con sorprendente serenità accademica, che qualche innocente in carcere sia inevitabile. Una frase pronunciata con lo stesso tono con cui si accetta la grandine sulle automobili o il traffico in tangenziale. Peccato che qui non si ammaccano paraurti: si distruggono esistenze.
Il caso di Beniamino Zuncheddu resta lì come un macigno sulla scrivania della Repubblica. Trentatré anni in carcere da innocente. Trentatré. Un tempo sufficiente per nascere, laurearsi, sposarsi, invecchiare e magari diventare nonni. Lui, invece, li ha trascorsi in una cella. E quando finalmente è arrivata l’assoluzione, il mondo fuori era già cambiato due o tre volte.
La satira, davanti a casi simili, cammina in punta di piedi. Però una domanda la si può fare: se un privato cittadino sequestra una persona, finisce sotto processo per sequestro di persona; se invece un innocente perde decenni per un errore giudiziario, allora si parla di “malagiustizia”, parola astratta, quasi meteorologica, come una perturbazione atlantica. Nessun colpevole, nessun responsabile, solo una nebbia burocratica calata sulla vita di qualcuno.
Eppure la libertà non dovrebbe essere amministrata con la leggerezza di una pratica catastale. La bilancia della giustizia pesa destini, non cassette di orate al mercato del pesce.
Il principio “meglio un colpevole fuori che un innocente dentro” oggi suona quasi sovversivo. Disturba. Irrita. Fa perdere share. L’opinione pubblica preferisce il mostro subito, la condanna rapida, la gogna ben illuminata. Poi, semmai, arriverà l’assoluzione. In fondo, basta aspettare qualche decennio.
E qui sta il paradosso più moderno di tutti: gli uomini combattono per la libertà e poi, con zelo commovente, costruiscono sistemi capaci di portargliela via da soli. Leggi su leggi, procedure su procedure, emergenze permanenti, sospetti elevati a metodo. Sempre per il nostro bene, naturalmente. È la forma più elegante del paternalismo: ti tolgo la libertà affinché tu possa sentirti protetto mentre la perdi.
Montanelli avrebbe probabilmente concluso con una smorfia ironica e una sigaretta accesa a metà. Perché il vero problema non è che la giustizia sbagli, succederà sempre, ma che si rischi di considerare normale l’errore irreparabile. Una società civile si riconosce non da come punisce i colpevoli, ma da quanto teme di colpire gli innocenti.
E quando uno Stato arriva a stabilire il prezzo di diciassette o trentatré anni rubati, significa che almeno una cosa l’ha già smarrita: il senso sacro della libertà.
Giuseppe Arnò
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