Sovrani per un giorno (di domenica elettorale)

Dalla Costituzione alla cabina elettorale: viaggio semiserio nel regno dove il popolo comanda… purché non disturbi

C’è un luogo, almeno sulla carta, in cui il cittadino regna. Non un regno qualsiasi, ma uno di quelli moderni, senza corona né scettro: la Repubblica democratica. Lì, ci raccontano, la sovranità appartiene al popolo. E già qui, il lettore avveduto comincia a guardarsi intorno, come chi sente nominare un parente ricco mai visto.

La formula è solenne, scolpita nell’articolo 1: “la sovranità appartiene al popolo”. Subito dopo, però, arriva il codicillo, discreto ma decisivo,: “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Tradotto dal burocratese al volgare: il popolo è sovrano, ma con moderazione.

Del resto, la storia italiana è maestra di compromessi eleganti. Dallo Statuto Albertino, dove il Re governava “per grazia di Dio”, si è passati a una più democratica coabitazione con la “volontà della Nazione”. Poi, con la Repubblica, il popolo ha finalmente preso il posto del sovrano. O meglio: ne ha preso il titolo.

Perché, a ben vedere, questo popolo sovrano somiglia molto a quei nobili decaduti che conservano lo stemma ma non il palazzo. Vota, sì. Ogni tanto firma un referendum. In casi eroici, presenta persino una petizione. Ma poi? Poi torna a casa, mentre altri amministrano la sua sovranità con zelo variabile.

E qui affiora il sospetto, maligno ma tenace, che la celebre battuta del Marchese del Grillo non sia solo teatro, ma una forma di filosofia politica sintetica:
“Io so’ io e voi non siete un cazzo.”
Non elegante, ma sorprendentemente aderente a certe dinamiche.

Se il popolo fosse davvero sovrano, verrebbe da pensare, certe decisioni non passerebbero con tanta disinvoltura. Guerre impopolari, leggi indigeste, pasticci amministrativi degni di una commedia dell’arte: tutto scorre, mentre il sovrano osserva, spesso perplesso, talvolta rassegnato.

Qualcuno dirà: ma il popolo ha votato. Certo. Ha votato come si firma un assegno in bianco: con fiducia iniziale e pentimento progressivo. Una volta delegato il potere, il cittadino scopre che il telecomando della sovranità non prevede il tasto “revoca immediata”. Al massimo, quello “riprovare tra cinque anni”.

E così la partecipazione popolare si riduce a una liturgia civile: file ordinate, schede piegate, urne sigillate. Un rito rispettabile, per carità, ma con effetti spesso simili a quelli delle previsioni del tempo: consultate con attenzione e regolarmente smentite dai fatti.

Nel frattempo, si continua a evocare la sovranità del popolo come una formula magica, buona per ogni discorso ufficiale. Una di quelle espressioni che riempiono la bocca e svuotano, talvolta, il contenuto. Un po’ come “interesse generale”: tutti lo citano, pochi lo riconoscono.

E allora la domanda resta, sospesa come una promessa elettorale: il popolo è davvero sovrano, o è un figurante ben vestito nella rappresentazione della democrazia?

Forse la risposta non è così brutale come quella del Marchese, ma nemmeno così edificante come i manuali di diritto costituzionale. Sta in una via di mezzo, dove il cittadino conta, certo, ma non troppo, decide, a volte, ma non sempre, e soprattutto delega, quasi tutto.

Il resto lo fanno i professionisti della sovranità.

E il popolo?
Il popolo, sovrano, attende la prossima incoronazione. In cabina elettorale, naturalmente. Dove per qualche minuto torna re, salvo poi, uscendo, rimettere la corona nel guardaroba delle buone intenzioni.

Perché in fondo, più che un potere, la sovranità popolare somiglia a un titolo onorifico: non costa nulla, non impegna troppo e fa sempre una certa figura.

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva (mixage)

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