Cronaca semiseria di un mondo raccontato a parole, mentre la realtà, ostinata, continua a fare di testa sua
C’è un’invasione silenziosa che non fa rumore di carri armati né di sirene, eppure assedia ogni nostra giornata con puntualità svizzera: l’invasione delle chiacchiere.
Non si vedono, non si toccano, ma sono ovunque. Escono dai televisori, rimbalzano sui giornali, scivolano negli smartphone, si posano sui tavolini dei bar e si infilano perfino nei salotti dove, con aria sapiente, ciascuno si sente stratega del mondo. Sono le balle verdi, rosse e gialle: variopinte, ben confezionate, spesso persuasive, quasi mai ancorate alla dura e testarda sostanza dei fatti.
La grande industria del racconto contemporaneo vive di questo: costruire mondi plausibili, se non veri; verosimili, se non possibili; desiderabili, se non realizzabili.
Si annunciano tavoli diplomatici, incontri storici, aperture decisive, svolte epocali. Un vicepresidente, un inviato speciale, un genero, un emissario, una delegazione: la coreografia è impeccabile. Il lessico pure. “Dialogo”, “distensione”, “trattativa”, “pace possibile”. Tutto molto elegante, tutto molto rassicurante.
Poi arriva la realtà, che ha il brutto vizio di non leggere i comunicati stampa.
Nel caso iraniano, per esempio, si continua a vendere l’illusione dell’accordo imminente come si vendono i saldi di fine stagione: grandi cartelli, molta enfasi, poca merce reale sugli scaffali. Si discute di stretto di Hormuz, di sanzioni, di danni di guerra, di cessazione delle ostilità. Ma i nodi centrali, il nucleare, la capacità missilistica, il potere teocratico, restano lì, immobili come colonne di marmo.
Ed è proprio qui che la chiacchiera si separa dal fatto.
Perché si può parlare di pace per settimane, convocare summit, diffondere indiscrezioni e far sognare i commentatori; ma se i punti essenziali non sono negoziabili, l’accordo rischia di essere soltanto un elegante involucro vuoto.
Alla fine, come spesso accade, entrambe le parti grideranno vittoria. È il miracolo lessicale della politica moderna: perdere e raccontarlo come un successo. I morti restano, i danni pure, i problemi anche; ma il titolo del giorno dopo parlerà di “passo avanti”.
Un pugno di mosche, infiocchettato come una colomba della pace.
L’Iran resterà ciò che è: un sistema teocratico e autoritario, impermeabile alle carezze retoriche dell’Occidente. Gli Stati Uniti, con tutta la loro armata e la loro potenza scenografica, scopriranno ancora una volta che la forza non sempre genera risultato, e che il prestigio non si misura dal tonnellaggio delle portaerei.
Molto fumo, molti danni, moltissime parole.
Il mondo finirà, come nei racconti della nonna, a tarallucci e vino; salvo poi ricominciare la settimana successiva con una nuova crisi, una nuova emergenza, una nuova narrazione salvifica.
Non va diversamente in casa nostra.
Certa stampa, con l’entusiasmo dei veggenti da salotto, aveva già preparato il funerale politico del governo, con dimissioni annunciate, elezioni anticipate, ribaltoni immaginati e futuri ministri già seduti nelle poltrone della fantasia.
Era un romanzo, non una cronaca.
I “contras” si vedevano già al governo, vittoriosi in una realtà che esisteva solo tra editoriali compiacenti e conversazioni da aperitivo. Ma, ancora una volta, la realtà ha avuto la scortesia di non collaborare: il governo prosegue, anzi procede con maggior decisione, forte di recenti potature e dell’appoggio del proprio elettorato.
E così il castello di carte delle previsioni mediatiche si sgonfia, lasciando dietro di sé solo il fruscio della carta stampata e qualche opinione riscaldata.
Il vero male del nostro tempo, forse, non è l’errore, ma l’eccesso di parola.
Si parla troppo di tutto, tutti i giorni, da tutti i pulpiti. La critica è diventata riflesso automatico, la previsione un passatempo, l’illusione un prodotto editoriale. Non si osservano più i fatti: li si anticipa, li si interpreta, li si piega, li si colora secondo convenienza.
Viviamo in un mondo dove la chiacchiera precede l’evento e, talvolta, pretende perfino di sostituirlo.
Forse gli antichi, in questo, avevano capito più di noi. Ci hanno lasciato due orecchie e una sola bocca non per un capriccio anatomico, ma per una lezione di civiltà: ascoltare di più, parlare di meno.
Sarebbe già una piccola rivoluzione.
Ma temo che, in tempi di opinioni a getto continuo, anche questa finisca per restare, mi si perdoni l’ironia finale, soltanto un’altra bella chiacchiera.
E come tutte le chiacchiere del nostro secolo, farà molto rumore fino al prossimo titolo.
Di Redazione