L’arte nazionale dell’infelicità

Cronaca semiseria di un Paese che, davanti al sole, preferisce discutere dell’ombra

C’è chi nasce poeta, chi matematico, chi violinista. E poi c’è chi nasce infelice.
Non per disgrazia, si badi, ma per inclinazione dell’animo, quasi per mestiere. In certi luoghi del mondo l’infelicità è figlia della fame, della guerra, del caos istituzionale. In altri, più comodamente, è diventata una disciplina intellettuale, una postura morale, un elegante vezzo da salotto e da talk show.

Le classifiche internazionali ci ricordano, con la severità dei numeri, che nel 2026 i Paesi più infelici restano quelli piegati da crisi profonde: Afghanistan, Zimbabwe, Libano. Lì il dolore ha contorni concreti, spesso drammatici. Da noi, invece, il malessere assume forme più raffinate: non nasce sempre dalla realtà, ma dal modo in cui scegliamo di guardarla.

Lo aveva intuito già Marco Aurelio, con quella limpidezza stoica che oggi farebbe impallidire intere redazioni televisive: la felicità della vita dipende dalla qualità dei pensieri.
E qui casca il sipario, o forse si apre la commedia.

Perché il pensiero, oggi, sembra aver smarrito il gusto dell’equilibrio. Il dialogo interiore non è più un luogo di riflessione, ma una sala d’attesa per la catastrofe. Ogni fatto è un presagio, ogni notizia un dramma, ogni decisione una prova generale dell’Apocalisse. Il cielo può essere terso, ma qualcuno troverà sempre il modo di denunciare l’eccessiva luminosità.

L’infelicità, insomma, non è soltanto condizione: è interpretazione.

Schopenhauer, uomo poco incline all’ottimismo, vedeva nel mondo una fonte di strazio. Ma almeno la sua malinconia aveva la nobiltà della filosofia. Oggi, più modestamente, la nostra tristezza si nutre di pettegolezzo, sospetto e indignazione seriale.

In politica, soprattutto, si è smesso di discutere il merito per consacrare il dettaglio marginale.
Si parla della vita privata di questo o quel leader come se la sorte della Repubblica dipendesse da un messaggio galante o da una cena maldestramente fotografata.
Si gridano scandali internazionali, deferimenti, tribunali, rapporti strategici, flotte oceaniche e misteri militari che, se davvero fossero segreti, non campeggerebbero nei titoli dei giornali.

I cosiddetti “segreti di Pulcinella” sono diventati la nuova teologia del dibattito pubblico: tutti li conoscono, tutti li commentano, nessuno li comprende fino in fondo.

Nel frattempo, i problemi reali attendono in anticamera.
La crescita, il lavoro, la scuola, la sicurezza, la qualità della vita: temi meno rumorosi, dunque meno appetibili per chi vive di opposizione permanente o di consenso da tastiera.

Ed è qui che l’ironia si fa quasi clinica.

L’opposizione, non tutta, ma una parte di essa, sembra aver adottato una forma cronica di daltonismo civico: non distingue più le sfumature, vede tutto in bianco e nero, spesso solo nero.
Ogni provvedimento è una sciagura, ogni scelta un attentato, ogni esitazione una crisi irreversibile.
Non esiste il grigio della complessità, né il rosso vivo dell’allarme vero: soltanto la tenebra preventiva.

È una forma moderna di acromatopsia politica: la realtà privata dei colori per far posto al monocromo dell’indignazione.

Eppure la realtà, come la vita, non si lascia ridurre a slogan funebri.
Essa contiene luci e ombre, errori e meriti, inciampi e riprese.
Chi vede soltanto il lato nero delle cose finisce col diventare prigioniero della propria narrazione, più che oppositore del governo di turno.

Forse il punto non è essere ottimisti a ogni costo, ma non fare dell’infelicità un’identità.
Criticare è doveroso; lamentarsi per principio è soltanto un modo elegante di non proporre nulla.

Montanelli, con la sua lama asciutta, avrebbe forse chiuso così: in Italia non manca la realtà, manca la voglia di guardarla senza le lenti del malumore. E così, mentre il mondo corre tra drammi veri e speranze possibili, noi restiamo lì, impeccabilmente infelici, a discutere del colore della tappezzeria mentre la casa, tutto sommato, è ancora in piedi.

Il guaio non è il nero delle cose.
Il guaio è chi, per mestiere o per vocazione, ha smesso di vedere l’alba.

Giuseppe Arnò
*Foto by Canva

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