L’arte di guardare altrove

Tra emergenze ignorate e battaglie di cartapesta, l’Italia impara in fretta la lezione europea: discutere del nulla mentre il reale bussa alla porta


C’è un talento tutto moderno, affinato con cura certosina nei corridoi della politica: quello di ignorare l’urgenza e abbracciare l’effimero. Non è distrazione, sia chiaro. È disciplina. Una vocazione quasi artistica che l’Italia, da brava allieva, ha appreso con zelo dai maestri d’Oltralpe.

I numeri, quelli sì, sono volgari nella loro chiarezza: nelle 14 città metropolitane, oltre 4.400 senza dimora vivono per strada, mentre circa 10.000 anime si muovono come ombre invisibili tra le nostre piazze. Il 44,6% dorme dove capita, il 55,4% si arrangia nelle strutture notturne. E sopra tutto, come una coperta troppo corta, i 5,7 milioni di individui in povertà assoluta.

Ma niente paura: non si registrano flotiglie di coscienze dirette verso le nostre coste interne. Nessuna spedizione mediatica, nessun pellegrinaggio indignato. Gli invisibili, per definizione, non fanno audience.

Altrove, però, il copione cambia. A Cuba, per esempio, la solidarietà internazionale non manca mai, purché sia ben alloggiata. Attivisti ospitati in hotel a cinque stelle, mentre fuori si spegne la luce e, talvolta, anche la speranza. Un turismo ideologico che ha il pregio della coerenza: si predica austerità, ma si pratica il minibar.

Qualche malalingua suggerisce che il clima tropicale renda più sopportabile l’impegno civile. E che, tra una dichiarazione e una foto di gruppo, la “causa” trovi miglior digestione sotto il sole dei Caraibi. In fondo, anche le rivoluzioni, se ben climatizzate, diventano più presentabili.

Nel frattempo, qui da noi, il dibattito si infiamma su questioni di vitale irrilevanza: dimissioni annunciate con solennità teatrale, epurazioni più o meno simboliche, dispute liturgiche sulla benedizione pasquale, ambiziosi progetti pedagogici per “decostruire” il maschio sin dalle elementari. Il tutto condito da una produzione incessante di parole, come se bastasse nominarle le cose per averle risolte.

E sì, c’è anche spazio per il ricordo di Gino Paoli, che almeno ci restituisce un frammento di autenticità in mezzo al frastuono. Perché, ogni tanto, la realtà riesce ancora a farsi largo,ma solo quando canta.

Ci lamentiamo dell’Europa che discute della curvatura dei cetrioli mentre il mondo brucia alle porte. Poi, con impeccabile spirito d’imitazione, facciamo lo stesso. Del resto, chi va con lo zoppo…

E così restiamo qui, spettatori ben educati del nostro stesso smarrimento. Con la sensazione crescente che non basti più cambiare le parole, né gli slogan, né le priorità sulla carta.

Forse serve qualcosa di più radicale. Un azzeramento. Un ricambio di teste prima ancora che di idee.

Ma tranquilli: anche questa, probabilmente, finirà tra le questioni non urgenti.

Perché in fondo, in questo Paese, il vero problema non è che le cose vadano male.
È che riusciamo sempre a parlarne d’altro.

Giuseppe Arnò

*

Foto by Canva

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