Tra segreti di Pulcinella e diplomazie parallele, Bruxelles scopre che il silenzio è diventato un optional
Dalle nostre parti si dice: “cieco come una talpa”. Ma a ben vedere, la talpa in questione non solo ci vede benissimo, ma prende anche appunti, e, a quanto pare, fa pure qualche telefonata.
Il caso che agita i corridoi ovattati del Consiglio europeo somiglia sempre meno a un incidente di percorso e sempre più a un’abitudine consolidata: l’arte tutta magiara di stare al tavolo e, contemporaneamente, raccontare il menù a chi è rimasto fuori. L’eco delle conversazioni tra Budapest e Mosca, con il nome di Sergey Lavrov che aleggia come un convitato di pietra, ha il pregio, si fa per dire, di rendere plastica una verità scomoda: i segreti europei hanno la consistenza di quelli di Pulcinella.
Non è la prima volta che l’Ungheria gioca a fare il bastian contrario. Veti sistematici, smorfie diplomatiche e una certa inclinazione a guardare a Est più che a Bruxelles hanno già fatto storcere il naso a più di un partner. I Paesi baltici, con la Lituania in prima fila, da tempo osservano con diffidenza questo doppio registro. E lo stesso Donald Tusk non ha fatto mistero di considerare tutt’altro che sorprendenti certi contatti.
Poi arrivano le ammissioni, quelle che non negano ma nemmeno confessano del tutto. Il ministro ungherese degli Esteri riconosce contatti con partner extra-UE prima e dopo le riunioni. Una sfumatura, certo. Ma in diplomazia le sfumature pesano come macigni. Non è la prova del passaggio di informazioni “in diretta”, ma è abbastanza per trasformare il sospetto in una certezza a metà, e, come tutte le mezze verità, ancora più inquietante.
A questo punto il paragone cinematografico sorge spontaneo: persino Il terzo uomo, con le sue ombre e i suoi traffici sotterranei, appare quasi ingenuo. Lì almeno la talpa agiva nell’ombra. Qui, invece, sembra muoversi alla luce del sole, con tanto di badge istituzionale.
Il problema, però, non è l’Ungheria, o non solo. È l’illusione europea di poter gestire dossier sensibili senza un reale perimetro di sicurezza politica. Se ogni Consiglio diventa una sala d’attesa con porte girevoli, tanto vale davvero invitare direttamente Mosca al tavolo: si risparmierebbe tempo e si guadagnerebbe in trasparenza, se non altro per coerenza.
“Le mele marce vanno tolte”, si dice. Ma in Europa, più che un cesto, sembra esserci un buffet: e nessuno vuole essere il primo a sparecchiare.
Alla fine, il nodo è semplice e imbarazzante: o il Consiglio europeo torna a essere un luogo di fiducia condivisa, oppure diventerà un teatro dove tutti recitano e qualcuno, dietro le quinte, passa il copione al pubblico sbagliato.
E allora, per non smentire la tradizione, chiudiamola così: l’Europa non ha bisogno di nuove talpe. Quelle che ha, parlano già troppo.
Giuseppe Arnò
*
Foto by Canva