Il mondo fuori dai binari (e qualcuno con il dito sul bottone)

 

Tra psicologia, geopolitica e atomiche fai-da-te: quando il male va estirpato prima che diventi fungo nucleare. E se arriva un cavaliere a spegnerlo, conviene almeno dirgli grazie.

 

 “Oggi lo dicono anche le ultime ricerche sul cervello: dobbiamo uscire dai binari troppo stretti del quotidiano. Il vero antidoto è dare spazio alle novità, intraprendere nuovi progetti: far diventare la propria vita un’avventura.”

Lo afferma lo psichiatra Raffaele Morello. E l’idea, presa alla lettera, ha avuto un successo straordinario. Purtroppo non sempre nel senso auspicato dalla psichiatria.

Perché uscire dai binari, oggi, è diventato quasi uno sport internazionale.
A Milano lo fanno i tram, con una certa regolarità, pare, ma quella è cronaca urbana e ne parleremo un’altra volta. Il problema vero è che mezzo pianeta ha deciso di uscire dai binari della logica, del buon senso e del quieto vivere.

Non parliamo oggi dei referendum o delle tifoserie politiche, argomento già abbastanza nucleare di suo. Parliamo proprio di nucleare, quello vero, quello che non si discute in talk show ma si monta su missili.

Fino a qualche decennio fa la situazione era relativamente semplice: pochi Paesi possedevano l’arma atomica, in pratica i vincitori della Seconda guerra mondiale. Gente che, dopo aver visto da vicino cosa può fare una bomba atomica, firmò accordi di non proliferazione promettendo di tenersi un arsenale limitato, giusto per deterrenza.

Una specie di equilibrio del terrore: nessuno sparava perché tutti sapevano che l’altro avrebbe sparato più forte.

Funzionava. Non era elegante, ma funzionava.

Poi è arrivata la modernità: tecnologia a basso costo, missili balistici venduti quasi come elettrodomestici e una discreta quantità di satrapi, dittatori, capi tribù, trafficanti e aspiranti salvatori del mondo che hanno pensato: Perché non farci anche noi una bombetta?

E così, mentre le grandi potenze cercavano di controllare il loro arsenale, qualcuno, spesso con bilanci statali grandi come una provincia, si è messo a costruire atomiche nel garage geopolitico.

Il risultato è che oggi uno Stato minuscolo, guidato da un leader indefinibile, può teoricamente mettere in scacco mezzo pianeta.
E non parliamo dei terroristi più radicali e sbiellati, che sul mercato nero trovano ormai di tutto: petrolio, uranio, missili e probabilmente anche il manuale di istruzioni.

È qui che il mondo smette di essere un laboratorio politico e diventa una sala d’attesa dell’Apocalisse.

Chi produce, commercia o minaccia di usare l’arma atomica è chiaramente uscito dai binari. Non della quotidianità, come suggeriva Morello, ma della ragione.

E quando qualcuno prova a rimetterli sui binari, con diplomazia, pressioni o, se necessario, con il martello, il dibattito morale si accende.
Si discute sul metodo, sul tono, sull’opportunità.

Ma una verità rimane semplice: il male conviene estirparlo quando è ancora una pianta, non quando è diventato un fungo atomico.

Per questo, piaccia o non piaccia, qualcuno ha cominciato a dire, parafrasando un vecchio tormentone dedicato a Silvio Berlusconi,:
meno male che c’è Donald Trump.

Naturalmente non è questione di simpatie. È questione di sopravvivenza.

Il filosofo Emil Cioran osservava che un tempo l’umanità temeva la fine del mondo come un evento lontano, quasi mitologico. Oggi, invece, l’Apocalisse è diventata una presenza quotidiana, una specie di coinquilino rumoroso che abita nei silos nucleari.

E allora sì: se da qualche parte appare un cavaliere, diplomatico, militare o semplicemente testardo, deciso a spegnere la miccia prima che arrivi alla polveriera, il minimo sindacale dell’umanità civile è dirgli grazie.

Anche perché, in fondo, l’Apocalisse ha già i suoi quattro cavalieri.
Non sarebbe male, per una volta, se qualcuno arrivasse prima di loro.

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva

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