Un regno per un bicchiere d’acqua

Nel Golfo dove scorrono fiumi di petrolio ma non una goccia d’acqua, i desalinizzatori diventano il vero tallone d’Achille della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele.


“Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”

Così gridava il disperato Riccardo III sul campo di battaglia nell’omonima tragedia di William Shakespeare.
Se oggi dovessimo aggiornare la scena, probabilmente sentiremmo qualcosa di simile provenire dalle sabbie del Golfo: “Acqua, acqua, il mio regno per una bottiglia d’acqua. Meglio se gelata e con una foglia di menta.”

Perché nel Medio Oriente del petrolio infinito e delle torri di vetro alte come orgogli dinastici, la risorsa davvero strategica non è il greggio. È l’acqua.

La geografia non ha mai avuto senso dell’umorismo: ha collocato alcune delle maggiori ricchezze energetiche del pianeta nel mezzo di uno dei deserti più aridi della Terra. Così negli ultimi cinquant’anni gli emirati scintillanti e le monarchie petrolifere hanno risolto il problema con la tecnologia: trasformare il mare in acqua potabile.

Nel Golfo funzionano oggi circa 450 impianti di desalinizzazione. Senza di loro città come Dubai, Doha o Kuwait City non sarebbero semplicemente metropoli: sarebbero miraggi. Intere capitali vivono appese a pochi giganteschi rubinetti tecnologici che pompano acqua dal mare e la spediscono nell’entroterra attraverso tubazioni lunghe centinaia di chilometri.

Un esempio basta a capire. L’impianto saudita di Jubail alimenta quasi il 100% dell’acqua potabile della capitale Riyadh attraverso una rete di circa 500 chilometri. Se quell’impianto smettesse di funzionare seriamente, detta capitale entrerebbe in crisi idrica in un batter d´occhio.

È qui che la guerra torna a farsi interessante, nel senso meno rassicurante della parola.

Nel confronto tra Iran da una parte e l’asse israelo-americano dall’altra, la superiorità militare non è esattamente equilibrata. Ma la strategia ha sempre avuto una certa fantasia quando le armi non bastano. E tra i cosiddetti soft targets, obiettivi civili ad alto impatto sistemico, gli impianti di desalinizzazione sono candidati quasi perfetti.

Basta poco: le schegge di un drone abbattuto, un incendio, una rete elettrica in corto circuito. Queste strutture sono complesse, energivore e concentrate. Colpirne alcune nello stesso momento significherebbe aprire una crisi umanitaria immediata in una regione dove vivono circa cento milioni di persone e dove l’acqua naturale, semplicemente, non c’è.

In teoria il diritto internazionale protegge infrastrutture essenziali alla sopravvivenza civile. In pratica, le guerre moderne hanno dimostrato di avere scarsa devozione per le buone maniere. Nemmeno le religioni vengono risparmiate: figurarsi le tubature.

Ecco perché il vero paradosso del conflitto mediorientale è questo: il mondo guarda con ansia i terminal petroliferi, ma la linea rossa potrebbe essere molto più semplice e molto più umana.

L’acqua.

Se qualcuno decidesse di chiudere quei rubinetti giganteschi affacciati sul mare, gli strateghi di Washington e di Gerusalemme avrebbero due possibilità: accelerare la fine della partita con Teheran oppure cominciare a organizzare una distribuzione planetaria di bottiglie.

Il che sarebbe una scena piuttosto curiosa per un pianeta che per mezzo secolo ha creduto che la geopolitica ruotasse attorno al petrolio.

Perché alla fine, tra un barile di greggio e un bicchiere d’acqua, l’umanità sceglie sempre la seconda.

E lo fa con sorprendente rapidità, soprattutto quando ha sete.

Giuseppe Arnò

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