Tra genetica, epigenetica e qualche battuta ben piazzata, il mistero dell’orientamento politico resta più umano che molecolare.
C’è chi giura di aver ereditato dal nonno la passione per il risotto e dall’antenato austro-ungarico una certa disciplina elettorale. Ma davvero la genetica e l’epigenetica hanno un ruolo nell’orientamento politico delle persone?
Probabilmente sì. Ma anche no. Dipende dai punti di vista, dalle esperienze, dal contesto, dall’educazione e, soprattutto, dalla persona. La scienza, che negli ultimi decenni ha fatto passi da gigante, anche grazie agli studi di Rita Levi-Montalcini, ci dice che alcuni tratti della personalità possono avere una componente ereditaria. Apertura mentale, propensione al rischio, sensibilità alla paura o al cambiamento: elementi che, indirettamente, possono influenzare le preferenze politiche.
Ma attenzione: parlare di “gene del conservatore” o “allele del progressista” è un esercizio più da bar sport che da laboratorio. L’epigenetica, poi, ci ricorda che l’ambiente accende o spegne i geni come un interruttore capriccioso. Cresci in una famiglia rumorosa e discuterai; cresci in una silenziosa e voterai in punta di piedi. Ma non c’è un microscopio che possa prevedere per chi metterai la croce sulla scheda.
Del resto, come si sente talvolta dire con candore disarmante: “La genetica è la scienza che studia gli organi genitali”. Ecco, se fosse così semplice, avremmo già risolto il problema della selezione della classe dirigente. Purtroppo, o per fortuna, non molti sono i politici con buoni attributi, e il legame tra cromosomi e coraggio civico non appare scientificamente comprovato.
C’era poi Paolo Villaggio che sosteneva come la comicità fosse un’arte genetica. Forse si riferiva ai comici. O forse, più sottilmente, ai politici. Perché certe performance parlamentari sembrano scritte nel DNA: ripetitive, prevedibili, con la stessa carica innovativa di un fax nel 2026.
In realtà, la politica è un fenomeno culturale prima ancora che biologico. È frutto di storia, di economia, di paure collettive e di speranze private. La genetica può predisporre, ma non dispone; può suggerire, ma non comanda. Se così non fosse, avremmo alberi genealogici perfettamente allineati alle urne: dinastie di progressisti e stirpi di conservatori. Invece capita spesso che il figlio voti contro il padre e che la nipote smentisca l’intero ceppo familiare.
La verità è che l’essere umano è più complesso di una sequenza di basi azotate. E la politica, quando non è pura propaganda, è l’arte, imperfetta, di organizzare questa complessità.
E per concludere
Se davvero esistesse un gene politico, sarebbe quello della memoria corta. È l’unico che sembra trasmettersi con impressionante fedeltà ereditaria: di generazione in generazione, continuiamo a stupirci degli stessi errori. E a votarli con impeccabile coerenza scientifica.
Giuseppe Arnò



















