Scheletri in armadio ed Europa in emancipazione

Dalla telenovela Epstein ai dazi di Trump, tra polemiche infinite e medaglie d’oro: il Vecchio Continente prova a camminare con le proprie gambe.

C’è un proverbio napoletano che dice: “Fa ’e nu pilo ’na trave”. Traduzione simultanea: fare di un pelo una trave. Gli inglesi, più asciutti, liquidano la faccenda con un to make a fuss about nothing. Noi, più teatrali, preferiamo la saga a puntate.

Il caso Jeffrey Epstein, l’armadio della vergogna per eccellenza, è diventato una serie televisiva senza fine. Se negli archivi del defunto vi sono reati, la giustizia faccia il suo mestiere: la responsabilità penale è personale, si persegua il colpevole e si chiuda il sipario. Moralmente? Se un soggetto macchia un’istituzione, l’istituzione lo espelle. Punto. Il resto è sceneggiatura.

Ma no. Si preferisce la nenia quotidiana, il colpo di scena, il nome altisonante che spunta come fungo dopo la pioggia. C’è chi si indigna, chi si appassiona, chi monetizza. Intanto il mondo gira e, distratti dagli armadi altrui, rischiamo di inciampare nei mobili di casa nostra.

Oltreoceano, per esempio, un incollerito Donald Trump non l’ha presa bene con la Corte Suprema degli Stati Uniti che ha bocciato i suoi dazi. E quando il presidente è imprevedibile in tempi normali, figuriamoci in tempi di sconfitta: rilancia, minaccia, alza tariffe ai Paesi “che hanno derubato l’America per decenni”. L’eco arriva fino a Iran, che non dev’essere il luogo più sereno del pianeta in questo momento.

E l’Europa? L’Europa, tra un sopracciglio aggrottato del Pentagono e una nota diplomatica, sta facendo qualcosa che non le si vedeva fare da tempo: si emancipa. Parla di difesa comune, di riarmo “made in Bruxelles”, di autonomia strategica. Non è ancora l’età adulta, ma almeno è l’uscita dall’adolescenza. E si sa: quando un figlio cresce, il genitore finge di sorridere ma controlla il conto in banca.

Nel frattempo, in casa nostra, il dibattito resta sport nazionale. Il sottosegretario Alfredo Mantovano contro il magistrato Nicola Gratteri: “Vorrebbe indagare chi dice sì”. Meno male che il voto è segreto. In Italia anche le opinioni finiscono sotto osservazione, ma solo a parole, che da noi sono più affilate dei coltelli e meno pericolose delle forchette.

Poi c’è la tristezza che non fa share ma pesa sul cuore: la morte di Domenico, gli avvisi di garanzia ai medici. In questo Paese non c’è pace neppure tra gli ulivi, figurarsi nei corridoi d’ospedale.

Per fortuna c’è lo sport, che ogni tanto ci ricorda chi siamo quando smettiamo di litigare. Alle Olimpiadi invernali, nello skicross, doppietta azzurra: Simone Deromedis oro e Flora Tabanelli Tomason argento. Prime medaglie della storia in questa disciplina. Medagliere a quota 30. Lì sì che l’Europa, e l’Italia, sanno emanciparsi: senza polemiche, senza dossier, solo con il cronometro.

Infine, una folla silenziosa a Assisi per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Cinquecentomila persone per il Poverello che scavalca la fede e parla all’uomo. “Mentre proclami la pace con le tue labbra, fa’ attenzione ad averla ancora più pienamente nel tuo cuore.”

Forse è qui il punto. Mentre rovistiamo negli armadi altrui e agitiamo travi per un pelo, il mondo chiede maturità. L’Europa prova a trovarla. L’America la cerca a colpi di dazi. Noi italiani la discutiamo in talk show.

E intanto San Francesco, da ottocento anni, continua a ricordarci che la pace non si fa con i dossier, né con le tariffe, né con i referendum gridati. Si fa con un cuore un po’ più leggero e una lingua un po’ meno lunga.

Il resto è telenovela. E le telenovele, si sa, non emancipano nessuno.

Giuseppe Arnò

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