Dalle fragilità umane ai titoloni apocalittici: come trasformare una caduta personale in un’Armageddon planetaria (che puntualmente non arriva).
“La carne è debole”, si dice. Non è una condanna, ma un promemoria: siamo fatti di limiti, tentazioni, inciampi. È un invito alla crescita, non alla gogna. Eppure, quando la debolezza smette di essere episodio e diventa abitudine, il confine tra fragilità e rovina si assottiglia fino a sparire.
Nel reame d’Inghilterra la massima evangelica ha trovato un’interpretazione piuttosto terrena con il caso del Principe Andrea, fratello di Carlo III. Qui non siamo più nella dimensione della scappatella da romanzo ottocentesco, ma in un capitolo assai meno lirico e più giudiziario. Quando la debolezza diventa cronica, non si parla più di peccatucci, ma di responsabilità. E le responsabilità, a corte come al mercato, si pagano.
La “pecora nera” esiste in tutte le famiglie, nobili o proletarie che siano. La differenza è che se inciampa il cugino Gino, al massimo si commenta al pranzo di Natale; se inciampa un principe, scatta l’editoriale globale. Titoli a caratteri cubitali: “La corona con le spine”, “È la fine della monarchia?”, “Scandalo che scuote l’Impero!”. Manca solo l’invasione delle cavallette.
E invece? È successo ciò che doveva succedere: perdita di titoli operativi, isolamento pubblico, conti aperti con la giustizia, risarcimenti sostanziosi. Una vicenda personale con conseguenze personali. La monarchia britannica non è crollata, British royal family non è stata sfrattata da Buckingham Palace, e le guardie non hanno cambiato mestiere. Il mondo ha continuato a girare, con grande disappunto dei titolisti.
Il problema non è raccontare lo scandalo. È gonfiarlo fino a farlo diventare un’eclissi permanente. La debolezza umana è materia seria; trasformarla in fiction apocalittica è un esercizio creativo che frutta clic ma impoverisce la realtà. La stampa, quando informa, è servizio; quando allarma per sport, diventa teatro. E il teatro, si sa, vive di eccessi.
Così il lettore, bombardato da catastrofi imminenti, finisce per non distinguere più tra una crepa e un terremoto. Tutto è “crisi”, tutto è “crollo”, tutto è “svolta epocale”. Poi, il giorno dopo, nulla è cambiato davvero. Se non il numero delle visualizzazioni.
Forse aveva ragione Paulo Coelho, nel suo Il Cammino di Santiago: abbiamo la tendenza a fantasticare su ciò che non esiste, ignorando le lezioni che abbiamo sotto gli occhi. La lezione, in questo caso, è semplice: l’uomo cade, paga e, se può, si rialza. Il resto è rumore di fondo.
E la morale? La carne resta debole. Ma certi titoli lo sono ancora di più: fortissimi di voce, fragilissimi di sostanza. Come certi castelli di carta che crollano solo nelle redazioni.
Giuseppe Arnò