Il Nobel che fa perdere la calma

Quando un premio per la pace diventa un casus belli e una decisione discutibile innesca conseguenze tutt’altro che pacifiche.

 


C’è un vecchio equivoco, duro a morire: che i premi servano a premiare. In realtà servono soprattutto a scontentare. Il Nobel per la Pace, poi, è il più ingrato di tutti: quando lo assegni sbagli sempre, quando non lo assegni provochi cataclismi emotivi. E a gennaio 2026 il Comitato di Oslo ne ha avuto la prova definitiva, sotto forma di un Donald Trump visibilmente contrariato. Per usare un eufemismo.

Trump, non premiato, ha deciso che la pace può attendere. O almeno non merita più l’esclusiva dei suoi pensieri. Lo ha scritto, nero su bianco, al premier norvegese: se il vostro Paese non mi riconosce il merito di aver fermato “più di otto guerre”, io non mi sento più obbligato a pensare “puramente alla pace”. Traduzione: business is business, anche quando si chiama Nobel.

Il ragionamento è lineare, quasi cartesiano. Obama lo vinse nel 2009 dopo pochi mesi di presidenza; io ho firmato gli Accordi di Abramo, evitato conflitti, tenuto il mondo col fiato sospeso ma sostanzialmente intero, e nulla. Dunque il problema non sono io, ma il premio. Colpevole di essere politico, ideologico, ingiusto. In una parola: ostile.

A peggiorare l’umore del Tycoon ci ha pensato l’edizione 2025, assegnata a María Corina Machado, simbolo dell’opposizione venezuelana. Trump l’aveva sostenuta, incoraggiata, quasi adottata. Ma lei, ingrata, ha accettato il Nobel. Peggio: gliene ha persino portato la medaglia in dono, come si fa con un souvenir. Il Comitato ha dovuto precisare l’ovvio: la medaglia si può regalare, il titolo no. Un dettaglio tecnico, ma decisivo. Per Trump, l’ennesima beffa.

Da qui la svolta strategica: se la pace non paga, meglio occuparsi di ciò che è “buono e giusto per gli Stati Uniti”. E cosa c’è di più buono e giusto, oggi, della Groenlandia? Terra vasta, fredda, scarsamente popolata e dunque, secondo una logica antica quanto il mondo, disponibile. Poco importa se appartiene alla Danimarca: non ci sono documenti scritti, dice Trump. Solo barche che arrivavano e andavano. E siccome anche gli americani avevano barche, il diritto di proprietà è questione opinabile.

Ecco allora il miracolo del Nobel mancato: da premio simbolico a detonatore geopolitico. Una decisione presa in segrete stanze a Oslo che rimbalza fino ai ghiacci artici, coinvolge Nato, Russia, Cina e lascia i groenlandesi a interrogarsi sul proprio futuro. Altro che pace: un premio negato rischia di costare più di una guerra.

Daisaku Ikeda ci ricordava che tutto dipende dal carattere delle persone. Vero. Ma a volte dipende anche dal carattere dei premi. Il Nobel per la Pace, nato per unire, continua ostinatamente a dividere. E questa volta, nel tentativo di insegnare la pace, ha finito per irritare chi sostiene di averla già fatta.

Morale della favola, in perfetto stile nordico: quando si gioca con i simboli, bisogna stare attenti. Perché un Nobel non assegnato può pesare più di uno assegnato male. E la pace, si sa, è fragile. Soprattutto quando qualcuno decide di metterla in palio.

Giuseppe Arnò

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