
Tra bluff, minacce e soldatini di latta, l’Artico diventa il nuovo tavolo da poker della geopoliticaa globale
C´è chi conquista territori con le guerre e chi con gli annunci. Donald Trump appartiene alla seconda categoria: quella degli uomini che prima parlano, poi twittano e solo alla fine, forse, agiscono. La Groenlandia, enorme, gelida e apparentemente inutile come una stufa al Polo Nord, è tornata improvvisamente al centro del mondo perché il Tycoon ha deciso che gli serve. O meglio: che deve servirgli.
La tesi è semplice, come tutte le tesi trumpiane: se non se la prendono gli Stati Uniti, se la prenderanno Russia e Cina. Dunque, per evitare che altri la occupino, la occuperà lui. Un sillogismo impeccabile, degno di un trattato di logica applicata alle vendite immobiliari: compro io, così non compra nessun altro.
Bluff o minaccia reale? Qui, più che un analista strategico, servirebbe una zingara con la sfera di cristallo. C’è chi sostiene che Trump stia solo alzando la voce per costringere l’Europa a occuparsi seriamente dei mari del Nord, smettendola di delegare tutto a Washington. Altri, più pessimisti, o più realisti, ritengono invece che faccia esattamente quello che dice, come ha sempre fatto, anche quando sembrava impossibile.
Il problema, nel secondo caso, è che l’impossibile diventerebbe realtà: un Paese NATO contro un altro Paese alleato. Uno scenario che fino a ieri apparteneva alla fantapolitica e oggi bussa educatamente alla porta. Il risultato? La fine della NATO per come la conosciamo, uno sconquasso dell’architettura di sicurezza europea e una scelta tragica: mandar via le truppe e le armi americane dal continente, rinunciando alla copertura nucleare non strategica, oppure ingoiare il rospo e fare finta di niente.
Trump questo lo sa benissimo. E infatti alza la posta. Minaccia, avvisa, promette occupazioni “alla sua maniera”, cioè senza troppi complimenti alle norme internazionali, che per lui restano un optional, come il tettuccio panoramico o la tinta metallizzata: belli, costosi, ma tranquillamente sacrificabili quando si corre.
L’Europa, dal canto suo, risponde con la solennità dei gesti simbolici: piccoli contingenti militari inviati in Groenlandia da Francia, Germania, Danimarca. Cento, duecento, trecento soldati. Una parata più che una difesa. “Sembra l’inizio di una barzelletta”, ha chiosato il ministro Guido Crosetto. E, come in tutte le barzellette riuscite, la battuta finale è arrivata subito: da Washington hanno fatto sapere che la presenza europea non cambierà di una virgola le decisioni del Tycoon.
Intanto, mentre noi contiamo i soldatini, la Russia ricostruisce basi artiche, protegge la sua flotta di sottomarini nucleari e guarda con interesse alla futura rotta marittima del Nord, scorciatoia strategica tra Europa e Asia. Mosca è tornata anche nell’Atlantico del Nord, attraversando di nuovo gli stretti che collegano i mari artici all’oceano. Ma qui nasce il dubbio: chi dice il vero? L’intelligence americana o quella dei Paesi baltici, che giurano di non vedere nulla? In ogni caso, Putin a quelle latitudini resta impassibile. Il freddo lo conosce, le minacce meno.
Trump, invece, gioca la sua partita. Forse bluffa, forse no. Forse vuole solo dimostrare che, nel grande casinò globale, è ancora lui a distribuire le carte. Chi vivrà vedrà.
Per il resto, cronaca da osteria. Se non fosse per le parole del presidente Mattarella, “l’Iran censura la stampa per sterminare i manifestanti”, oggi nessuno scriverebbe una riga sulle stragi in Persia. Il mondo guarda al ghiaccio della Groenlandia e ignora il sangue che scorre altrove.
Ma si sa: il gelo fa notizia, il caldo no. E mentre ci interroghiamo se Trump stia bluffando, rischiamo di non accorgerci che la partita, quella vera, è già iniziata. E noi siamo ancora lì, a discutere se il mazzo sia truccato.
Giuseppe Arnò



















