Iran, attivisti, buone intenzioni e l’arte tutta europea di capovolgere l’integrazione
Dodicimila morti non sono bruscolini. Non lo sono mai, ma lo sono ancor meno quando hanno il volto dei giovani e le ferite dell’esecuzione. I medici parlano chiaro, la cronaca pure. A questo punto, più che una nota diplomatica o una dichiarazione indignata, servirebbe una vecchia e impopolare parola: intervento. O, se preferite un termine più vintage, crociata. Non per esportare democrazia a colpi di slogan, ma per porre fine alla macelleria iraniana che va avanti da troppo tempo sotto il manto nero degli ayatollah.
Dal 1979 a oggi, la Repubblica islamica ha trasformato la vita degli iraniani in una pentola a pressione: tappo ben sigillato, fiamma costante, esplosione inevitabile. Ora il coperchio è saltato. Trump, affarista per vocazione e pacifista solo quando conviene, ha fatto sapere ai dimostranti di resistere: la cavalleria a stelle e strisce, settimo cavalleggeri incluso, è in arrivo. Putin, come da copione, ha reagito stizzito. Ma farebbe meglio a preoccuparsi della coscienza piuttosto che della reputazione. Perché, come ricordava Charlie Chaplin, la coscienza è ciò che si è; la reputazione è ciò che gli altri pensano che tu sia. E quello, in fondo, è affar loro.
Resta il dubbio di sempre: l’America estirperà il male o si limiterà a cauterizzarlo? Questione di giorni, forse di settimane. Poi lo sapremo.
Attivismo, vocazioni e galere tropicali
La Treccani definisce attivista colui che svolge intensa attività politica o sindacale. Nulla da eccepire. Più complesso è capire quando l’attivismo smette di essere impegno e diventa turismo del rischio.
Il caso di Andrea Trentini, operatore umanitario di Humanity & Inclusion, è emblematico. In Venezuela da meno di un mese, fermato a un posto di blocco mentre portava aiuti, rinchiuso per 423 giorni in un carcere di massima sicurezza senza una formale accusa. Liberato, finalmente, grazie all’azione del nostro governo e, va detto, anche di Trump, che ha tolto di mezzo l’ennesimo artefice delle ingiustizie caraibiche.
Ma la domanda resta sospesa come un cartello stradale ignorato: che cosa ci fanno attivisti, operatori umanitari o businessman avventurosi in Paesi dove lo Stato di diritto è un optional? Non sono personaggi di una serie anni Ottanta dal titolo Il pericolo è il mio mestiere. Sono cittadini normali, spesso animati dalle migliori intenzioni. Eppure un vecchio adagio ammonisce: chi cerca, trova. E in certe latitudini, ciò che si trova non è mai piacevole.
Siamo felici per il lieto fine, ci mancherebbe. Ma restano le angustie, le sofferenze, le spese e l’ansia collettiva per riportarli a casa. Auguriamoci che possano ora trovare un’occupazione dignitosa in patria: non si guadagna molto, è vero, ma almeno non si finisce in galera senza sapere perché.
O tempora, o mores! (e pure al contrario)
Come se non bastasse un’Europa che somiglia sempre più a un bazar e sempre meno a una potenza; una Repubblica che tende a essere più giudiziaria che politica; una credibilità internazionale che si costruisce a fatica e si perde in un attimo, dobbiamo assistere anche all’erosione interna dei nostri principi fondanti.
Siamo messi male fuori e peggio dentro.
A Sesto San Giovanni, in un centro islamico, si tengono discorsi sull’Islam rivolti a bambini delle elementari. Nel Trevigiano, alunni inginocchiati verso la Mecca. Non episodi isolati, ma segnali di un fenomeno che merita attenzione: attività scolastiche che somigliano più a un delicato indottrinamento che a un autentico dialogo interculturale.
L’integrazione dovrebbe essere un ponte. Qui rischia di diventare un tapis roulant che va nella direzione opposta. È chiaro: il governo ha mille emergenze, ma quando l’integrazione si rovescia, significa che siamo a testa in giù. E il vero problema è che non ce ne accorgiamo nemmeno.
Finale
Arrivano i nostri, dunque. In Iran, nelle carceri sudamericane, nelle scuole di provincia. Arrivano sempre con buone intenzioni, bandiere pulite e parole rassicuranti. Poi, come spesso accade, ripartono lasciando dietro domande irrisolte.
La storia insegna una cosa sola: il mondo non si aggiusta con gli slogan, e l’identità non si difende con la distrazione. Ma noi, europei benpensanti, continuiamo a sorprenderci. Come se fosse la prima volta.
Giuseppe Arnò



















