Centomila uomini e una penna blu

 

La difesa europea tra burocrazia, slitte groenlandesi e l’eterna tutela americana

 

Si torna a parlare di difesa europea. Succede ciclicamente, come l’influenza stagionale e i buoni propositi di Capodanno. Questa volta però, almeno sulla carta, il termometro segna febbre alta: centomila uomini per l’autonomia strategica dell’Unione. A dirlo non è un visionario da salotto, ma Andrius Kubilius, Commissario europeo per la difesa e lo spazio. E già questo, per Bruxelles, è una piccola rivoluzione copernicana.

Il contesto aiuta. La guerra in Ucraina continua a ricordarci che la storia non è finita, mentre gli Stati Uniti, tornati a ragionare per perimetri, non per vocazioni universali, ridimensionano l’impegno europeo. Così, i nostri 27 eserciti nazionali appaiono per quello che sono: una collezione di uniformi diverse, regolamenti incompatibili e catene di comando che si perdono nei corridoi ministeriali. Più che una forza armata, una fiera campionaria della difesa.

Vengono in mente le compagnie di ventura del Rinascimento. Con una differenza non da poco: allora c’era almeno un Giovanni delle Bande Nere, che Machiavelli considerava l’unico capace di opporsi alla discesa degli imperi stranieri. Oggi, a voler essere onesti, senza l’ombrello americano faticheremmo a difenderci persino da un’invasione di cavallette ben organizzate.

Eppure l’idea è sensata: una forza europea a comando unico, dotata di tecnologie moderne e di una governance rapida. Perché le crisi non aspettano i verbali, né rispettano le pause caffè dei funzionari. Qui non basta oleare gli ingranaggi: serve cambiare trazione, magari passando dalla biro alla realtà.

Basterebbe osservare l’Iran per capirlo. Là dove il dissenso corre più veloce del regime, si frammenta, si adatta, sfugge agli schemi rigidi del potere. La piazza ha capito una cosa elementare: chi resta fermo diventa bersaglio. Una lezione che Bruxelles, ferma per definizione, sembra ancora non aver studiato.

Nel frattempo, l’America torna a guardare casa propria. La dottrina Trump, piaccia o no, è chiara: le Americhe sono il perimetro primario. Il Venezuela non è un incidente, ma un capitolo coerente. E la Groenlandia? Lì la diplomazia americana ha deciso di fare le pulci alla storia. Secondo Washington, la Danimarca avrebbe “rioccupato” l’isola violando i protocolli ONU. Traduzione simultanea: non siete in grado di difenderla, quindi ci pensiamo noi.

Del resto, come ha spiegato il presidente USA dall’Air Force One, la difesa groenlandese consisterebbe in “due slitte trainate da cani”. Detto con rispetto, ma anche con quella brutalità che spesso sostituisce i comunicati ufficiali.

In casa nostra, invece, tutto procede secondo tradizione. Due ostaggi liberati, quarantadue da liberare, un referendum fissato tra mugugni rituali e la giustizia che continua a dissetarsi. Come ricorda un titolo illuminante: “Toghe assetate di ruoli”. Del resto, dar da bere agli assetati è uno dei Comandamenti. Anche quando la sete è di potere.

In conclusione, l’Europa sogna centomila uomini mentre continua a muoversi come se la guerra fosse una pratica da protocollare. Discute, rinvia, vota, corregge il comma, mentre il mondo cambia turno e marcia. Gli americani proteggono ciò che ritengono vitale, i regimi reprimono ciò che temono, le piazze imparano ad adattarsi. Noi, invece, ci difendiamo con comunicati e buone intenzioni, senza renderci conto che, senza una difesa credibile, la sovranità resta un bellissimo concetto. Da esporre in vetrina. Accanto alle slitte.

Forse il problema non è l’assenza di un esercito europeo, ma l’eccesso di alibi. E alla fine, se qualcuno busserà con cattive intenzioni, non basteranno centomila uomini promessi: servirà almeno la capacità di decidere. Quella, purtroppo, non si arruola.

 

Di Redazione

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