Missili ipersonici, rivolte soffocate, terre messe all’asta e scioperi fuori tempo massimo: breve catalogo delle follie contemporanee
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Mentre in Iran la protesta corre affiancata alla repressione, come due binari che portano allo stesso precipizio, Mosca alza la posta e gioca la carta dei missili ipersonici. Vladimir Putin ha lanciato per la prima volta l’Oreshnik su Kiev: un messaggio più che un’arma, di quelli che non cercano una risposta diplomatica ma un brivido lungo la schiena dell’Europa.
Le cancellerie europee hanno reagito come da copione: dichiarazioni «inaccettabili», sopracciglia corrugate, comunicati stampa. Il tutto con l’efficacia di un ombrello contro un bombardamento. Forse, invece di infilarsi sotto il letto come fanno i cani quando scoppiano i fuochi d’artificio, sarebbe il caso di ricordare che con la Russia non si tratta a colpi di aggettivi, ma, piaccia o no, con rapporti di forza credibili.
Gli Stati Uniti osservano, calcolano, monetizzano. Sulle disgrazie altrui si può sempre costruire un margine di profitto: l’Iran è ancora un terreno “spremibile”, l’Ucraina lo è già stata a lungo. Gli ayatollah lo sanno: se la repressione diventa strage, le visite indesiderate non tardano mai troppo. Questa non è morale, è geopolitica. E fingere di non capirlo non cambia la realtà.
Intanto, come se tutto ciò appartenesse a un altro pianeta, l’Italia sciopera. Sciopera come se il mondo fosse fermo, come se i missili fossero un problema da telegiornale e non un rischio concreto. Sciopera per riflesso condizionato, per tradizione, per abitudine. Un rito stanco, celebrato mentre la storia accelera.
E poi c’è la Groenlandia, messa idealmente all’asta come un bene di una massa fallimentare globale: ghiaccio, risorse, posizione strategica. Nel grande mercato delle follie, anche l’Artico ha il suo cartellino col prezzo.
Il mondo va a fuoco, le potenze giocano con fiammiferi e dinamite, e noi discutiamo di turni, slogan e proclamazioni. Forse non è follia. È peggio: è distrazione organizzata. E la storia, si sa, non aspetta chi è in sciopero.
Giuseppe Arnò



















