Il mondo cambia spartito, Trump dirige, l’Europa scopre di essere rimasta senza orchestra

I proverbi sono pillole di saggezza popolare: brevi, incisivi, spesso più lungimiranti di intere risoluzioni Onu. Nascono dall’esperienza quotidiana e, miracolosamente, resistono al tempo meglio dei trattati internazionali.
Uno di questi, di origine siciliana, recita: «Ccu amici e ccu parenti, ’un accattari e ’un vinniri nenti», con amici e parenti non comprare e non vendere nulla. Cade a pennello per l’argomento del giorno: USA e Groenlandia.
Dopo il blitz in Venezuela, che ha avuto il merito pedagogico di chiarire a europei distratti e antagonisti strutturali come Putin e Xi quale musica verrà suonata d’ora in avanti, la comunità internazionale è rimasta stordita, come una barata tonta, una blatta dopo il primo spruzzo d’insetticida. Non morta, ma incapace di capire da dove sia arrivato il colpo.
Donald Trump, piaccia o meno, dirige con la sicurezza di chi non ama le partiture altrui. È un maestro dell’arte dell’affare, soprattutto perché non rispetta le vecchie regole e ne inventa di nuove mentre gli altri sono ancora intenti a discuterne la legittimità. Forse non fu un caso che abbia intitolato la propria autobiografia The Art of the Deal: più che un libro, un manifesto.
L’imprevedibilità è il suo metodo. Guerra senza quartiere al narcotraffico, Venezuela ricondotto sotto una tutela di fatto, avviso di sfratto a cinesi e russi dal Sudamerica, petroliere sequestrate, segnali inequivocabili a Messico e ayatollah. Non inviti a gala, ma messaggi recapitati senza busta. Il risultato è un sistema globale disorientato, costretto a inseguire.
L’ultimo colpo di scena riguarda la Groenlandia. L’ipotesi di un interesse americano diretto ha aperto una frattura con gli alleati europei. Emmanuel Macron, parlando agli ambasciatori francesi, ha denunciato un’America che si allontana dagli alleati, si libera delle regole internazionali e indulge in una forma di “aggressività neocoloniale”. Ha invocato il rilancio delle istituzioni multilaterali e il reinvestimento nell’Onu, perché, a suo dire, sarebbe assurdo non farlo.
Macron scopre l’acqua calda, con qualche anno di ritardo. Il vero tema, però, è il mea culpa europeo. Nell’ultimo decennio l’Unione ha coltivato sogni eco-ideologici e architetture regolatorie, ignorando l’Atlantico, cortile di casa condiviso con gli Stati Uniti, lasciando spazio ad altri. Ora, improvvisamente, scopriamo che esiste la Groenlandia, che il Baltico è affollato e che l’Atlantico non è più un lago privato dell’Occidente.
In questo contesto, l’Italia, meno entusiasta di certe mode continentali, appare oggi meno sorpresa di altri. Non per virtù profetica, ma per sano istinto di sopravvivenza geopolitica.
Quanto alla Groenlandia, il proverbio torna utile. Fare affari tra amici è sempre rischioso. Una forzatura americana incrinerebbe inutilmente il rapporto atlantico, senza reali benefici strategici: gli Stati Uniti dispongono già di una base artica e di accordi che ne consentono l’espansione. E, da quelle parti, lo spazio non manca.
Il mondo, insomma, ha cambiato musica. Trump dirige senza chiedere il permesso e l’Europa, invece di lamentarsi del volume, farebbe bene a procurarsi almeno lo spartito. Quanto alla Groenlandia, resterà probabilmente dov’è: non in saldo, non in vetrina. Perché certe terre non si comprano. E certi risvegli, purtroppo, non si possono più rimandare.
Giuseppe Arnò



















