Dal Venezuela al nuovo ordine mondiale: Trump fa il lavoro sporco, la sinistra cambia cartello e gli scioperanti ritrovano la voce

Morto ’n papa se ne fa un antro. Il proverbio romano, che resiste meglio di molte ideologie, torna puntuale ogni volta che la Storia cambia canale. Addio Palestina, per il momento: la sinistra scopre il Venezuela, gli artisti rispolverano il “bolivarismo” e gli scioperanti di professione ricevono finalmente l’aggiornamento di sistema. Nuovo input, nuova causa, nuova energia. Si può tornare a urlare nelle piazze, nei talk show e nelle assemblee autoconvocate. Grazie Trump.
Gli esuli venezuelani, quelli veri, festeggiano la caduta del dittatore con una gioia composta, incredula, quasi sospettosa. Poi guardano certe reazioni occidentali e restano basiti: “Non possono capire cosa significhi essere privati della libertà”. Hanno ragione. Forse lo capirebbero se anche qui, ogni tanto, una protesta finisse a manganellate e una parola fuori posto costasse il carcere senza data di uscita. Ma non è questo il caso, e dunque la libertà resta un concetto elastico, buono per tutte le stagioni.
“O così o pomì”. Lo slogan, nato nel 1982 per vendere pomodori Parmalat, ha avuto una carriera più longeva di molti leader politici. Oggi torna utile per sintetizzare la risposta di Donald Trump a Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, che lo aveva invitato a “lavorare insieme”, invocando pace, dialogo e rispetto reciproco. Traduzione simultanea dal trumpiano: siamo noi ad avere il controllo. Comportatevi bene. Se sgarrerete, il secondo avviso non sarà un comunicato stampa.
Nell’occasione, il Tycoon non ha risparmiato stilettate al presidente colombiano Gustavo Petro, “un uomo malato, non governerà a lungo”, con un messaggio che, per riverbero, ha raggiunto anche il Messico. Paesi diversi, stesso problema: la droga. Ed è qui che il quadro si ricompone, al di là delle caricature.
Che lo si voglia ammettere o no, la crociata americana non è ideologica ma chirurgica: il narcotraffico come infrastruttura del caos. Un problema che riguarda le Americhe, non Mosca né Pechino. Su questo punto il ministro Tajani è stato insolitamente netto: il narcotraffico è uno strumento di aggressione internazionale; difendere la propria sicurezza rende l’intervento legittimo. E aggiunge ciò che per anni molti hanno preferito non vedere: pochi hanno denunciato la dittatura di Maduro, altri l’hanno romanticamente sottovalutata. Oggi il Venezuela è un po’ più libero anche per questo silenzio finalmente interrotto.
Alla domanda sull’eventuale rischio di escalation globale, Taiwan, Cina, altri scenari, la risposta è stata quasi didascalica: i piani non vanno confusi. Qui si parla di terrorismo finanziato dalla droga, di Stati svuotati dall’interno, di un’area che brucia da decenni sotto gli occhi distratti delle organizzazioni internazionali.
E tuttavia, quasi senza volerlo, qualcosa di più grande si è messo in moto. Forse per caso, forse per necessità, nasce un nuovo ordine mondiale. Orbán lo ha detto senza giri di parole: l’era dell’ordine liberale è finita, siamo tornati all’era delle nazioni. I numeri aiutano a capire: Venezuela e Stati Uniti insieme controllano tra il 40 e il 50 per cento delle riserve mondiali di petrolio. La musica cambia, il mercato energetico pure. E no, non tutti i mali vengono per nuocere.
Non è il caso di applaudire Trump in piedi. Ma annuire, sì. Ha fatto il lavoro sporco che le grandi organizzazioni non hanno voluto fare per decenni, paralizzate dal linguaggio, dai distinguo e dalle mozioni. Come spesso accade, e Montanelli lo avrebbe annotato con un sorriso amaro, l’iniziativa privata ha supplito a una funzione pubblica carente.
Il mondo non è diventato migliore. Ma almeno, per una volta, ha smesso di far finta di niente.
Giuseppe Arnò



















