Giustizia e separazione delle carriere: una riforma non più rinviabile

Articolo e foto di
Mimmo Leonetti*

Come molti studiosi e operatori del diritto, nel corso degli anni ho dedicato numerosi contributi alla questione della separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Un tema che oggi appare sempre meno eludibile, se si vuole davvero garantire al cittadino il diritto a un processo equo e conforme ai principi costituzionali.

Una riforma organica della giustizia dovrebbe intervenire, almeno, su quattro punti fondamentali:
a) la revisione del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale;
b) la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici;
c) un rafforzamento della disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati;
d) la modifica dell’articolo 406 del codice di procedura penale in materia di proroga delle indagini preliminari.

Si tratta di nodi strutturali, che incidono direttamente sul rapporto tra giustizia e cittadini. In questo senso, il richiamo storico a Zaleuco di Locri non è casuale: già allora il legislatore cercò di rispondere al malcontento popolare generato dall’incertezza nell’interpretazione e nell’amministrazione della legge.

Ho assunto, senza ambiguità, una posizione favorevole alla separazione delle carriere. Non per spirito di contrapposizione, ma perché essa riguarda la vita concreta di ciascuno di noi e l’equilibrio del sistema delle garanzie. La commistione tra funzioni requirenti e giudicanti continua a sollevare interrogativi, soprattutto alla luce dell’articolo 101 della Costituzione, secondo cui “la giustizia è amministrata in nome del popolo”, pur essendo esercitata da magistrati non eletti.

Un dato resta da tempo privo di risposta pubblica e sistematica: quante richieste di misure cautelari o di sequestri avanzate dal pubblico ministero vengono respinte dal giudice per le indagini preliminari? La mancanza di trasparenza su questo punto alimenta legittimi dubbi sull’effettivo equilibrio tra accusa e giudice nella fase più delicata del procedimento.

Secondo i dati del Ministero della Giustizia, dal 1992 al 31 ottobre 2025 sono state 32.395 le persone indennizzate per ingiusta detenzione. Un numero che non può essere considerato fisiologico. La normativa – a partire dalla cosiddetta “legge Cossiga” – ha esteso l’istituto dell’indennizzo anche a chi è stato sottoposto a misure cautelari pur in assenza di una condanna definitiva.

L’uso estensivo della custodia cautelare, specie quando prolungata nel tempo, rischia di assumere i tratti di una pena anticipata, svuotando di significato il dibattimento e comprimendo il diritto di difesa. Il processo non dovrebbe mai trasformarsi in una rappresentazione simbolica di colpevolezza, ma restare uno spazio rigoroso di accertamento dei fatti.

Quando la pressione investigativa si spinge oltre misura, si corre il rischio di alterare il corretto rapporto tra prova, indizio e sospetto. La giustizia, invece, dovrebbe resistere alla tentazione della semplificazione e alla ricerca del consenso, mantenendo come unico obiettivo l’accertamento della verità.

Colpisce, inoltre, che nel 2024 siano state promosse solo due azioni disciplinari connesse a casi di ingiusta detenzione, entrambe su iniziativa del Procuratore generale presso la Corte di cassazione, mentre non risultano analoghe iniziative da parte del Ministro della Giustizia. Anche questo è un dato che merita riflessione.

Come ha ricordato il professor Gian Pietro Calabrò, l’ordine giuridico dovrebbe essere posto al servizio della dignità della persona umana. E, con parole di grande profondità, Piero Calamandrei (qui opportunamente corretto rispetto all’originale) ricordava che la fede nel diritto educa al superamento dell’ego e alla responsabilità verso l’altro.

Troppe persone, ancora oggi, affrontano il lungo e doloroso percorso del processo penale pur risultando poi innocenti: un cammino che segna profondamente non solo gli imputati, ma anche le loro famiglie. La sofferenza prodotta da una giustizia percepita come distante o sbrigativa non può essere liquidata come un effetto collaterale inevitabile.

Come ammoniva Giovanni Falcone, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono un valore fondamentale, non un privilegio di casta. Proprio per questo, esse devono accompagnarsi a responsabilità, equilibrio e trasparenza.

Ripensare l’assetto della giustizia non significa piegarla alla politica, né politicizzarla, ma restituirle credibilità e fiducia. Come osserva Giovanna Zincone, forse solo una società meno “ipnotica”, più consapevole e partecipata, potrà favorire un sistema di giustizia più equo e vivibile per tutti.

Il divario tra i principi proclamati e la loro applicazione concreta resta, oggi, una delle grandi questioni irrisolte del nostro ordinamento. Ed è da qui che ogni riforma autentica dovrebbe avere il coraggio di partire.

  • Giurista e avvocato

 

 

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