Dal Far West che non c’è ai cortei che ci sono, passando per l’ONU, la giustizia distratta e la consolazione del cenone

Non siamo nel Far West. Eppure, a tratti, l’Italia fa di tutto per sembrarlo. Non per vocazione pionieristica, ma per una certa inclinazione nazionale al disordine creativo, quello che non costruisce nulla ma fa molto rumore.
A Torino, per esempio, migliaia di persone si sono date appuntamento per difendere Askatasuna, centro sociale occupato abusivamente. Il che, in uno Stato di diritto, dovrebbe già chiudere il discorso: l’occupazione è illegale, le leggi si rispettano. Punto. Invece no. In Italia il punto è sempre un punto interrogativo.
Così arrivano i pullman da tutta la Penisola, gli antagonisti incappucciati partono in pellegrinaggio laico verso Palazzo Nuovo, sede universitaria e improvvisato santuario della contestazione permanente. Non si sa bene per difendere cosa, ma si sa benissimo contro chi: l’ordine costituito, chiunque lo rappresenti. Governo di destra, di sinistra o di centro? Irrilevante. L’importante è marciare, urlare, possibilmente rompere qualcosa. Se poi a rompersi è la testa di un poliziotto, pazienza: rientra nel folklore.
A Bruxelles, almeno, la “ribellione agricola” ha una sua coerenza simbolica: uova, cavoli, letame. Qui si parte direttamente con i passamontagna. Non era un buon segno, infatti. Il primo scontro scoppia quando gli antagonisti tentano di raggiungere Corso Regina Margherita, blindata dalle forze dell’ordine. Cariche, idranti, lacrimogeni. Risposta: petardi, lanci di oggetti, guerriglia urbana. Un classico. Con una novità: il conto finale. Sette milioni di euro di danni e feriti, calcolati dall’Avvocatura dello Stato. A pagare, come sempre, siamo noi. Ma senza diritto di replica.
Nel frattempo, sul palco del teatro del palazzo occupato va in scena lo spettacolo parallelo: Francesca Albanese, icona dell’attivismo internazionale, coccolata dal Vaticano e dalla sinistra romana, a cavallo tra ruolo istituzionale e militanza. Proprio lì, nello stesso palazzo dove nel 2019 l’elemosiniere pontificio riattaccò la corrente agli occupanti abusivi.
Intanto, in patria, si cancellano i canti di Natale dalle scuole perché “escludono”. Il canto, però, è facoltativo: chi non vuole, non canta. E poi cantare fa bene. Lo dice il proverbio, che di solito ne sa più dei pedagogisti: canta che ti passa.
Sul fronte giudiziario riemerge il caso Stasi, quello di Garlasco. Anni di carcere, forse senza aver ucciso neppure una mosca. Una giustizia disattenta, quando va bene. Distratta, quando va male.
A Est, tra Russia e Ucraina, stasi vera. Non quella processuale, ma geopolitica: nulla di nuovo. E allora, visto che il mondo non migliora e l’attesa a digiuno non giova allo spirito, l’Italia si rifugia nella consolazione gastronomica. La spesa per la cena di Natale tocca i 3,5 miliardi. Si fanno più regali, si mangia di più, si tira a campare. Strategia antica, collaudata.
E così va il Bel Paese: un po’ guerriglia, un po’ teatro, un po’ tribunale e molto panettone. Un Paese che tutti dicono di invidiarci. Forse è vero. Basta immaginare, con un brivido di gratitudine, come stanno messi gli altri.
di Redazione



















