
Dalla giustizia a geometria variabile alle guerre eterne, passando per ponti immaginari e trattati evaporati
I titoli di oggi sembrano usciti da un giornale satirico, se non fosse che fanno sul serio: crolla il mantra delle toghe rosse, la grande bufala di Open Arms, Salvini assolto. E a suggellare l’ovvio che diventa notizia, la sentenza più realistica della giornata: «Difendere i confini non è reato». Ci voleva un’assoluzione per scoprirlo.
Era chiaro sin dall’inizio che il caso fosse più politico che giudiziario, più ideologico che giuridico. Una farsa imbellettata da processo, preparata con cura e servita fredda all’opinione pubblica. Le rivelazioni di Palamara, e di altri, meno chiacchierati ma non meno eloquenti, non hanno fatto che confermare ciò che molti cittadini avevano già capito senza bisogno della toga: quando la giustizia diventa strumento, smette di essere giustizia.
Il problema, però, non è Salvini. Il problema è il metodo. Le leggi le fa il Parlamento; alla magistratura spetta applicarle, non inventare casi per farle tornare utili a una tesi precostituita. Il caso giudiziario non è una sceneggiatura: o esiste o non esiste. E quando non esiste, costruirlo è un abuso. Su queste cose non si scherza, perché di mezzo ci sono la libertà e l’onore dei cittadini. Materie prime che uno Stato serio maneggia con cautela, non con disinvoltura ideologica.
Forse qualcosa, da questo punto di vista, si muove. Una riforma della giustizia, qualche manciata di sale nelle “zucche” giuste e la speranza, flebile ma ostinata, che i poteri dello Stato tornino a pascolare ciascuno nel proprio recinto, senza attrazioni fatali e senza sconfinamenti romantici. È poco, ma è già qualcosa.
Altrove, invece, il tempo sembra essersi fermato. Ucraina e Russia restano impantanate in una guerra che tutti commentano e nessuno risolve: campa cavallo. Due popoli, due Stati, una pace sempre evocata e mai praticata. Gli Stati Uniti d’Europa? Un’idea bellissima, da convegno e da manifesto, purché resti tale. Cina e Taiwan vivono con la corda tesa, come acrobati che sanno di poter cadere ma continuano lo spettacolo. E la lista delle crisi irrisolte è talmente lunga che ormai fa curriculum.
A questo punto viene voglia di scommettere: si farà prima il ponte sullo Stretto o l’accordo UE–Mercosur? Il trattato del ventennio, annunciato come imminente e solenne, è evaporato per mancanza dell’accordo di Francia e Italia. Firma rinviata, capitolo rimandato, telenovela confermata. Se ne riparla nel 2026, forse. Quanto al ponte, se ne parla da millenni: ormai non è più un progetto infrastrutturale, ma una leggenda mediterranea, come Ulisse o le sirene.
Tirando le somme, non possiamo dire che questo sia stato un buon anno. Nulla è davvero cambiato. A meno che il cambiamento non sia diventato un fine in sé, una ginnastica retorica buona per conferenze stampa e talk show. Come ci ha insegnato Il Gattopardo, «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». E mai come oggi questa frase sembra la vera costituzione non scritta del nostro tempo.
Il mondo annuncia svolte epocali, ma gira su se stesso. Si assolve l’ovvio, si rinvia l’essenziale, si combattono guerre infinite e si costruiscono ponti invisibili. Cambia il lessico, non la sostanza. E mentre tutti proclamano il nuovo, il vecchio, quello vero, continua a governare. In silenzio, come sempre.
di Redazione



















