Europa spaesata: l’orfana che cerca genitori in un mondo di giganti

Tra buone intenzioni, riunioni infinite e vertici senza vertice: ritratto semiserio di un continente che inciampa sulla propria storia.

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C’è un’immagine che riassume bene lo stato dell’Unione: l’Europa che guazza – sì, proprio guazza – in una pozza di pace impossibile e leadership evaporata. Un continente che, per darsi un tono, organizza riunioni come se fossero sagre paesane: bilaterali, multilaterali, interministeriali, interplanetarie… Peccato che, alla fine, l’unica cosa che si conclude davvero sia il rinfresco.

I principi, quelli no, non mancano mai. Sventoliamo con orgoglio frasi tipo: “Noi non abbandoniamo gli alleati come qualcuno ha fatto in Afganistan!”, salvo poi constatare che, con le belle intenzioni e senza i mezzi, si finisce in atmosfera bucolica mentre, fuori dalla finestra, le bombe continuano a cadere su civili d’Ucraina e dintorni. È la versione geopolitica del dire ti sono vicino mentre si resta comodamente sul divano.

Già, ci mancano i leader. Su questo punto perfino Trump, che tutto è tranne un faro di equilibrio, un po’ di ragione ce l’ha. Lui almeno ha una struttura politica che gli consente di decidere (bene o male è un altro capitolo); noi abbiamo un condominio dove anche per cambiare la lampadina serve l’unanimità.

E così, nelle fantasie più esasperate, qualcuno immagina la nascita dell’USPE, acronimo altisonante: Unione Scatole Piene Europea. Nata per competere alla pari con USA, Russia e Cina… ma per il momento dotata solo di scatole, sì, ma rigorosamente vuote. Il riempimento è rimandato a data da destinarsi, dopo l’ennesima riunione a Bruxelles, naturalmente.

Non vorremmo essere pedanti, ma i problemi stanno lì, in bella vista:
mancanza di teste pensanti,
mancanza di visione politica,
mancanza di un vertice vero.

Viva la democrazia, per carità. Ma, se proprio vogliamo dirla tutta, l’abolizione del diritto di veto sarebbe già un miracolo natalizio. E forse un presidente europeo, uno con gli attributi istituzionali, non necessariamente anatomici,  potrebbe aiutarci a smettere di sbandare come un tram senza rotaie. Finché non accadrà, restiamo inchiodati alle nostre notizie di giornata, che oscillano tra il tragico e il surreale:

Papa vede Zelensky, proseguire il dialogo per una pace giusta (nel colloquio anche temi dello scambio dei prigionieri e del ritorno dei bambini. Su prigionieri e bambini siamo tutti d’accordo; sul resto, continua purtroppo il festival delle illusioni).
Panettone: e se fosse nato in Sicilia e non a Milano? (come se l’origine geografica potesse farlo lievitare meglio).
La FAO lancia l’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori (ottima iniziativa, purché non diventi il modello geopolitico dell’Europa).
Polverone sul presepe,  rito immancabile di ogni Natale, puntuale come i cenoni indigesti. E guai a toccarlo: qualcuno giura che la sua eliminazione non è libertà ma sovversione culturale.

In tutto questo bailamme, diventa difficile indossare i panni dell’attuale Europa: troppo stanca, troppo decaduta, troppo impegnata a litigare col proprio ombelico mentre il mondo corre. Ma non è neppure semplice empatizzare con Zelensky, ormai trasformato in un commesso viaggiatore della guerra: mille viaggi, zero fatturato, e la sensazione che nessuno apra più la porta.

Che almeno il Natale porti un po’ di luce,  a lui e a noi, anche se l’Europa, come sempre, sarà lì a cercare l’interruttore nel buio.

Chiosa finale:
«Finché l’Europa continuerà a discutere sul presepe invece che sulla propria sopravvivenza, avremo la certezza di una cosa sola: che i Re Magi, quest’anno, da noi non passeranno. Temevano già di perdersi; ora hanno proprio disdetto il viaggio.»

Giuseppe Arnò

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