Quando l’arte si adagia sull’ideologia e l’università applaude con entusiasmo accademico

Oggi Paola Cortellesi riceve la laurea honoris causa all’Università di Messina per C’è ancora domani.
Nulla di male, per carità: ogni epoca ha i suoi numi tutelari e le sue liturgie culturali. Ma una domanda, sommessa e perfino ingenua, sorge spontanea: si può costruire un “capolavoro” poggiandolo su un artificio ideologico così scoperto? Soprattutto quando quel capolavoro pretende di risvegliare coscienze su temi politici e sociali di grande peso?
Il 1946 non era un fondale cinematografico: gli italiani erano circa 45 milioni, in maggioranza donne; l’analfabetismo era diffusissimo; una parte minoritaria, tra impiegati statali, commercianti e liberi professionisti, godeva di un reddito certo. Il resto, contadini, artigiani, proletari e sub-proletari, viveva tra precarietà e stenti.
La condizione femminile, per decine di milioni di donne, rifletteva questo quadro economico-sociale.
E allora, viene da chiedersi: perché scegliere, come archetipo del “maschio padrone”, un usuraio dedito al mercato nero nel ruolo del suocero, e un guappo dalla professione incerta nel ruolo del marito? Quanti erano, davvero, usurai e magliari nell’Italia del dopoguerra? Qualche migliaio? E solo le loro mogli erano vittime di soprusi e violenze?
E tutte le altre, mogli di contadini, operai, artigiani, impiegati, erano forse adagiatissime in un benessere coniugale degno di un dépliant turistico?
Altro interrogativo: perché scegliere la Roma del Testaccio come teatro della vicenda, e non il Nord industriale in fermento o il Sud ancora segnato dal latifondo? Una decisione che sembra voler preservare, oggi, il delicato pantheon dei “compagni” del PD e della CGIL, discendenti di un PCI che nei ricordi di famiglia appare irreprensibile nella vita coniugale.
Si sa: certi simulacri non gradiscono troppe revisioni.
Quanto alla recitazione, dispiace dirlo: Mastrandrea appare imprigionato in un personaggio improbabile, con trucco e parrucco che sembrano usciti da un laboratorio più sperimentale che cinematografico. I dialoghi, poi, scorrono su una trama di stereotipi ormai logora.
Altro che laurea honoris causa.
E a proposito di riconoscimenti accademici: prima o poi ne arriverà una anche per Antonio Albanese, autore di Cento domeniche.
Lì sì che si respira un’operazione simile, ma con qualche quid pluris . La truffa ai risparmiatori, effetto di banchieri senza scrupoli, colpisce un intero territorio. Eppure Albanese sceglie un solo volto emblematico: quello dell’operaio in pensione, militante nel sindacato e nella sezione di partito, rigorosamente di sinistra.
Gli altri truffati, ingegneri, avvocati, medici, dirigenti, restano fuori campo. A loro, evidentemente, “sta bene così”: troppo avidi, troppo benestanti, troppo poco simpatici alla narrazione morale del momento.
Il sospetto che tutti, ma proprio tutti, cercassero semplicemente un rendimento migliore non sfiora mai la sceneggiatura. Ma tant’è: il cinema non è un’aula di tribunale, e in certi racconti anche la morale può essere selettiva.
E se poi confrontiamo l’“educazione civica” di Cento domeniche con quella del caro Cetto La Qualunque… be’, allora anche la Calabria dovrebbe affrettarsi a conferire ad Albanese una bella laurea honoris causa.
La meritocrazia, dopotutto, va incoraggiata.
E dunque, ragazzi, dateci dentro: non capita tutti i giorni di avere un Governo proclamato fascista su cui edificare così tante ispirazioni artistiche.
Approfittatene finché dura: che, come diceva il bravo Montanelli, “in Italia non finiscono mai le commedie, finiscono solo i governi”.
Ninni Speranza



















