Da Napoleone a Picasso (sospettato per errore), fino all’ascensore Böcker divenuto testimonial: i colpi al museo più sorvegliato del mondo ricordano che il genio, a volte, si nasconde dietro una maschera nera e non dietro un cavalletto.
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C’è chi ruba per necessità, chi per avidità, e chi per… pubblicità. L’ultimo furto al Louvre, sì, proprio quel Louvre, tempio dell’arte e, pare, anche del furto artistico, ha avuto come involontario protagonista un ascensore dell’impresa tedesca Böcker. L’azienda, anziché sprofondare nella vergogna, ha pensato bene di sollevarsi (è il caso di dirlo) con una campagna pubblicitaria: “I nostri elevatori arrivano dappertutto”. E chi siamo noi per negare loro un applauso di marketing?
Il Louvre, poveretto, di furti se ne intende. Da oltre un secolo è il palcoscenico preferito dei ladri con vocazione estetica: nel 1911 sparì nientemeno che la Gioconda, e per qualche giorno il mondo intero credette che il colpevole fosse Pablo Picasso in persona. In realtà, il genio spagnolo era innocente, troppo impegnato a inventare il cubismo per mettersi a rubare quadri altrui. Il vero ladro fu un italiano, Vincenzo Peruggia, che portò la Monna Lisa a casa “per restituirla alla patria”. L’arte del patriottismo, si direbbe.
Da allora, il museo più famoso del mondo sembra aver sviluppato un certo magnetismo per i cleptomani d’élite. Ogni epoca ha avuto il suo ladro gentiluomo, il suo Arsène Lupin in giacca e guanti bianchi, e il Louvre la sua parte di figuracce. Dopotutto, rubare al Louvre è un po’ come rubare la scena: si diventa leggenda, più che criminale.
E così, tra gioielli napoleonici che scompaiono in pieno giorno e tele che cambiano indirizzo con la disinvoltura di una cartolina, il confine tra cronaca e romanzo giallo diventa sempre più sottile. Forse, in fondo, questi ladri ci affascinano perché osano fare ciò che tutti sogniamo: prendersi un pezzo di bellezza proibita, un frammento di eternità.
E mentre la direzione del museo corre ai ripari con nuovi sistemi di sicurezza, il mondo sorride. Perché, diciamocelo pure, se il Louvre non fosse anche il teatro dei suoi colpi di scena, sarebbe solo un altro museo.
E, come avrebbe detto Montanelli, “il guaio non è che rubino al Louvre; il guaio è che, con tutto quello che c’è da rubare nel mondo, c’è ancora chi preferisce rubare un’idea piuttosto che un capolavoro”.
Giuseppe Arnò



















