L’Italia dei tribunali ambulanti

Ogni testa è un tribunale, ma da noi le sentenze si emettono al bar, sui social e nei cortei: così, mentre i problemi restano, si discute di gossip come fosse politica estera.


Come è strana la vita!
Non si è mai contenti di ciò che si ha, né di ciò che si fa. E fin qui nulla di nuovo: l’uomo è un eterno insoddisfatto. Ma da noi l’incontentabilità è diventata mestiere. Ognuno ha la sua verità e la serve come un avvocato d’ufficio, sicuro di difendere la causa giusta. “Ogni testa è tribunale”, dice il proverbio; peccato che in Italia i tribunali abbondino, ma la giustizia, quella del buon senso, sia merce rara.

Prendiamo, per dire, i pacifisti di professione. A pace fatta, continuano a guerreggiare. Si capisce: se smettessero, dovrebbero trovarsi un lavoro vero. E chi governa non può certo rischiare di mandarli in cassa integrazione morale. Così si sciopera a prescindere, come si respira: per abitudine.

Eppure ci sarebbero buoni motivi per farlo davvero, uno per tutti: la solidarietà a corrente alternata. Giorgia Meloni è stata oggetto di un attacco sessista da parte di due esponenti di sinistra, Elly Schlein e Laura Boldrini, le stesse che hanno fatto del femminismo una bandiera. Ma qui il coro delle indignazioni si è improvvisamente ammutolito. La “testa-tribunale”, che di solito proclama verdetti fulminanti, questa volta archivia il caso: non luogo a procedere.

Nel frattempo, Lerner e Saviano rispolverano il vecchio “Piove, governo ladro!”, la Salis attribuisce al capitalismo la colpa di ogni sciagura, e i grillini evaporano con la solita disinvoltura dei gas nobili. Intanto, i veri problemi, quelli che pesano sul Paese, vengono messi in coda, scavalcati dal gossip quotidiano, dalla lite di condominio travestita da analisi politica.

E così si tira avanti: un popolo di detrattori professionisti, sempre pronti a scioperare contro qualcosa, purché non richieda fatica di pensiero. Poi ci si stupisce se all’estero ci capiscono meglio di quanto ci capiamo da soli. In pochi giorni due autorevoli giornali tedeschi hanno elogiato la premier italiana. Qui da noi, invece, nessuno se n’è accorto: erano tutti occupati a discutere dell’ultima polemica da salotto.

Meno male che lassù, tra un rigore e un’autostrada efficiente, qualcuno ci guarda.
E forse sorride, chiedendosi come faccia un Paese così serio nei talenti a non prendersi mai sul serio nelle cose serie.
Forse è il prezzo della libertà: quella di lamentarsi sempre, anche quando non c’è più niente da dire.

Giuseppe Arnò

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