Mentre Putin continua a muoversi come un indiano della Smorfia, incapace di negoziare e deciso a vincere solo a colpi di carne da cannone, l’Occidente prepara i missili a lungo raggio. Intanto Modi, tra un missile e l’altro, firma la prefazione del libro di Meloni: omaggio al “legame speciale” tra Italia e India.

Vladimir Putin non cerca un accordo. Non l’ha mai cercato e non intende farlo ora, con buona pace dei benpensanti e degli illusi della diplomazia eterna. Come ricorda l’ex ministro della Difesa ucraino Andriy Zagordnyuk, l’unico linguaggio che lo zar del Cremlino comprende è quello della forza: non un tavolo di negoziati, ma un muro di missili. E mentre gli strateghi occidentali studiano come stringere il cappio con nuove capacità di lungo raggio, Putin recita il suo ruolo preferito: lo “zingaro ubriaco” della Smorfia, o meglio l’“indiano” che danza intorno al fuoco, convinto che basti resistere a oltranza per piegare Kyiv.
Peccato che la realtà racconti un’altra storia. L’Ucraina, con droni, artiglieria di precisione e nuove partnership con gli Stati Uniti, sta trasformando il fronte in una sterminata “zona di morte”, dove ogni metro conquistato costa a Mosca un’ecatombe di uomini. Zelensky spinge per Tomahawk e droni a produzione congiunta, e non è un capriccio: è l’unico modo per ribaltare l’iniziativa e costringere Mosca a capire che il tempo della supremazia è finito.
Ma mentre in Europa si fa la conta delle armi e dei droni, dall’altra parte del globo si celebrano i legami “spirituali”. Narendra Modi, che già balla tra Mosca e Washington con abilità da funambolo, trova pure il tempo di firmare la prefazione al libro di Giorgia Meloni. Un gesto che non cambierà i destini della guerra, ma che ci ricorda quanto i simboli, a volte, valgano più delle parole: un “omaggio” per ribadire la nuova amicizia tra Roma e Nuova Delhi, condita da sorrisi, protocolli e, perché no, un pizzico di vanità letteraria.
In fondo, mentre Putin insiste a travestirsi da sciamano della geopolitica, convinto che tutto il mondo debba danzargli attorno, l’Occidente sembra aver capito la lezione: niente negoziati fasulli, niente illusioni di compromesso. Solo la forza, e la certezza che lo “zar indiano” cadrà non per le nostre chiacchiere, ma per i suoi stessi passi falsi.
E se nel frattempo Modi firma prefazioni e Meloni colleziona dediche, lasciamoglielo fare: la storia, quando passerà davvero, non chiederà chi ha scritto l’introduzione, ma chi ha avuto il coraggio di scrivere la parola “fine”.
di Redazione



















