Il riconoscimento della Palestina non è un atto di moda ma di sostanza: o ci sono i presupposti reali, o restiamo al teatrino delle illusioni.

Riconoscere la Palestina oggi è un po’ come giocare al gioco delle ombre cinesi: ognuno vede quello che vuole, pochi vedono la realtà. Alcuni governi europei hanno già firmato con entusiasmo la pergamena del riconoscimento, altri si tengono in bilico tra l’attesa e il “vediamo l’effetto che fa”, altri ancora, e per una volta l’Italia è tra questi, hanno deciso di non scambiare l’ombra per sostanza.
Perché, diciamolo chiaro: a che serve un riconoscimento simbolico se mancano le basi per un vero Stato? È come dichiarare campione del mondo una squadra che non ha né pallone né campo. Bello lo slogan, ma poi la partita chi la gioca?
Le condizioni, piaccia o no, sono quelle che Marattin e altri hanno sintetizzato con buon senso:
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rilascio degli ostaggi (il teatrino crudele di “forse sì, forse no” è diventato indecente),
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cessazione delle operazioni militari (così Israele non avrebbe più motivo di coventrizzare Gaza),
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governance palestinese slegata da Hamas (che non è un partito politico, ma l’origine stessa del problema).
Senza questi punti fermi, il riconoscimento è solo carta da parati per imbiancare le coscienze europee.
Naturalmente, gli oppositori mugugnano: c’è chi urla al tradimento, chi agita bandiere, chi preferisce il rituale dello sciopero con spaccata annessa. Va bene, è il folclore moderno, il revival delle crociate via mare e dei comizi urlati nei talk show. Le mode, d’altronde, esistono da sempre: solo che oggi il mercato delle mode non veste più i corpi, ma le opinioni.
La verità è che non si tratta di essere pro o contro, ma di capire che la Palestina non può essere riconosciuta “a prescindere”, come una formula magica che cancella i problemi. Non basta un voto in Parlamento o un comunicato dell’ONU: ci vogliono fatti. E i fatti, per ora, non ci sono.
In questo contesto, l’Italia, miracolo, ha scelto la via della razionalità. Non è questione di destra, sinistra o centro: è questione di logica. Perché in politica estera, se si parte dalle ombre, si finisce per inciampare al primo raggio di sole.
di Redazione



















