Basta indigestioni di ruoli: giudici e pm finalmente a tavoli separati, con menù e posate diverse. L’Italia scopre che la democrazia funziona meglio senza il “menù fisso” della corporazione togata.
Il commissario Bellodi, nel celebre Giorno della civetta, capisce subito che la verità non sta mai nelle versioni ufficiali, ma nei silenzi e nei sistemi di potere che si proteggono. Ecco, sostituite “mafia” con “magistratura” e l’analogia è servita.
Dopo anni di pranzi di famiglia in cui giudici e pm si scambiavano posate, bicchieri e pure le toghe, finalmente qualcuno ha avuto l’ardire di dire: “Ognuno al suo tavolo”. È arrivata la riforma della separazione delle carriere.
La Camera, tra urla, bagarre e quasi-sganassoni, ha approvato per la terza volta il provvedimento. Ora tocca al Senato, poi, udite udite, la parola passerà ai cittadini con un referendum. Un evento storico, quasi quanto insegnare a un italiano medio che si può vivere senza doppio piatto di pasta.
E che novità! Due Csm, come due sale ristorante distinte: da una parte i giudicanti, dall’altra i requirenti. Stessa presidenza, certo, ma niente più “pranzi di Natale” in comune. I membri? Sorteggiati, così almeno non si scelgono sempre gli stessi “cugini”. Una ventata d’aria fresca: finalmente non sapremo più chi siederà al tavolo, ma almeno non saranno sempre i soliti noti.
E poi nasce la mitica Alta Corte disciplinare. Una sorta di maître severo, incaricato di dire ai “sommelier” della giustizia quando hanno esagerato col vino o servito male la pietanza del diritto. Con tanto di possibilità di appello davanti a se stessa: un po’ come il cliente che si lamenta con lo stesso cameriere che gli ha portato la zuppa fredda. Ma è già qualcosa!
L’opposizione grida allo scandalo, parla di golpe istituzionale e di riforma punitiva. Certo: a chi piace quando si chiude il buffet libero? Ma la verità è che l’Italia aveva bisogno di questa dieta democratica. Basta con le porzioni doppie, basta col pm che un giorno accusa e quello dopo potrebbe giudicare.
Dal 27 ottobre il Senato completerà la mise en place. Poi toccherà al popolo, finalmente, decidere se la giustizia deve continuare a essere un banchetto con le stesse facce al tavolo o un vero ristorante con cucina separata.
E se la riforma passerà, potremo finalmente dire: “La giustizia non è più un minestrone, ma una ricetta con ingredienti distinti”.
Di Redazione



















