Mieli ci mette la storia, la Polonia i carri armati: il resto d’Europa preferisce il dibattito pomeridiano. MEGA? Meglio un’azione credibile che un altro comitato.

Ecco, Paolo Mieli. Stesso sguardo da storico, stessa certezza che i grandi errori nascano da piccoli calcoli sbagliati, e stavolta, ci dice, l’errore lo stiamo commettendo a suon di conferenze stampa. Leggendo le sue parole vien quasi voglia di offrire all’Europa un bel diploma: «Eccellenza in dichiarazioni ufficiali». Peccato che i nemici, si sa, non apprendano leggendo i comunicati.
Nel frattempo Varsavia non perde tempo a declamare. Costruisce scudi, compra F-35, raddoppia divisioni e, soprattutto, si allena a non fidarsi di sermoni collettivi. È una scelta che somiglia molto a chi al bar paga il conto quando vede il sushi avanzare: meglio prevenire che discutere se sia stato giusto ordinare. E mentre la Polonia mette mano al portafoglio e al piano, l’Europa sembra intenta a decidere il colore della moquette della prossima sala riunioni Nato.
Mieli ha tutta la ragione del mondo quando osserva che Putin, seduto comodo sul sofà delle ambiguità atlantiche, ci prova per vedere fino a che punto possiamo essere «realisti» nel rinunciare a difenderci. Non è un’accusa di complotto: è la semplice constatazione che il vuoto si riempie rapidamente, e spesso con roba che fa male. Questo dovrebbe metterci in imbarazzo, non nella posizione di chi ripete come un mantra «procederemo con prudenza» mentre i vicini si armano seriamente.
Ora, sul termine MEGA (Make Europe Great Again): suona come uno slogan da maglietta, ma ha il merito di tirare fuori una domanda scomoda, cosa significa davvero tornare grandi? Per alcuni significa spendere di più, rafforzare deterrenti, lavorare senza posizioni auto-assolventi. Per altri, resta una bella frase da inserire in un tweet. Se «grande» vuol dire coerenza e prontezza, allora la grandezza chiede meno meeting e più sincronizzazione, non perché ami la guerra, ma perché il linguaggio della forza, quando usato con giudizio e unità, può fermare chi sfida la pazienza altrui.
Certo, c’è chi tirerà fuori la storia e parlerà di escalation, negoziati, profilassi diplomatica. Tutte cose utili, quando si fanno dopo aver mostrato di poter reagire. È un piccolo paradosso: la pace duratura si costruisce anche dimostrando di poter difendere la pace. In altri termini, non è questione di passare dalla trattativa alla battaglia: è questione di non arrivare a trattare dopo che qualcuno ha già deciso per te.
Insomma: applaudiamo la Polonia per essersi messa al lavoro; ascoltiamo Mieli quando ci ricorda che la politica estera non sopporta la routine degli errori ripetuti; e invitiamo Bruxelles e i salotti europei a fare un semplice esperimento di umiltà pratica, più fatti, meno aforismi. Se poi si vuole davvero una maglietta con la scritta MEGA, potremmo regalarne una ai ministri competenti. Ma che sia per ricordare che grande è chi sa proteggere, non chi sa solo inneggiare al coraggio.
di Redazione



















