
Intervista amarcord
Suora cattolica nella Romania comunista.
Condannata a 15 anni di galera come “spia del Vaticano”

Bucarest (Romania), febbraio 1993 – Se, per un miracolo biologico o per una capsula del tempo, fosse ancora viva, ora avrebbe ben 113 anni… Era lei che, in genere, nel passato, s’affacciava all’ingresso della Nunziatura apostolica in Romania per accogliere i visitatori. L’“avamposto” dello Stato del Vaticano a Bucarest, in Str. Pictor Stahi 5/7, s’apriva spesso con il sorriso di suor Chiara, al secolo Ecaterina Laszlo, 81 anni (nel 1993, n.d.a.), nata a Bacău, nella Moldavia romena. Dietro la sua dolce affabilità, però, si nascondeva il peso doloroso di ricordi che, ancora, la facevano piangere.
Certo era penoso frugare nel passato della suora, appartenente all’Istituto della Beata Vergine Maria, vittima d’una persecuzione religiosa particolarmente dura in Romania rispetto ad altri Paesi europei asserviti al comunismo. Era, ed è, importante sapere cosa avvenne allora…
Entrata in convento nel 1929 con voti perpetui dati nel ’40, suor Chiara, dal 4 gennaio 1938 al 19 luglio 1950, aveva sempre prestato servizio presso la nunziatura di Bucarest. E di quel 19 luglio la religiosa conservava ben nitidi i particolari.
«Dopo l’espulsione del nunzio (o reggente) mons. Gerald Patrick Aloysius O’Hara, in carica dal 21 maggio 1946 al 1950 – rammentava con palese emozione ed in un buon italiano l’interessata – restai nell’edificio, passato sotto tutela dell’ambasciata svizzera, assieme a tre consorelle. Agenti della Securitate (in italiano “Sicurezza”, sintesi della denominazione ufficiale del Departamentul Securităţii Statului, Dipartimento di Sicurezza dello Stato, servizio segreto della Romania comunista, n.d.a.) c’intimarono d’aprire la porta per cercare all’interno la… “bomba atomica”. Con una candela in una mano ed un’arma nell’altra, perquisirono dappertutto e, abbattuta la porta della cappella, vi scoprirono un vescovo nascosto. Poi, ci dissero di raccogliere indumenti ed oggetti personali sufficienti per un paio di settimane e ci portarono via».
«Ci rinchiusero a due a due in celle della Securitate, a Bucarest. Durante gli interrogatori ci promisero di lasciarci libere a condizione d’abbandonare la vita monacale oppure di diventare monache ortodosse o, ancora, di trasformarci in informatrici spiando preti cattolici. Inutile dire che a simili proposte rispondemmo con un secco rifiuto. Per due settimane rimasi nella prigione di Jilava, vicino a Bucarest, in un deposito di munizioni a venti metri sotto terra».
«I successivi interrogatori per sei mesi presso il ministero degli Interni si svolsero in piccole stanze, davanti a cinque o sei ufficiali intenzionati a confondermi. Pregai dentro di me e mi convinsi a non avere paura perché lo Spirito Santo m’avrebbe aiutato a rispondere. Un capitano, facendomi una serie di domande, mi colpì sulle ginocchia con i suoi speroni di ferro, altri bestemmiarono. Nelle stanze vicine sentivo donne urlare ed un pugno sul petto mi procurò un’emorragia interna che mi fece sputare sangue. Non mi fidai a bere quanto mi portarono e considerai chi mi maltrattava strumenti nelle mani di Dio per purificare la Chiesa. Dissi a chi mi torchiava delle mie preghiere per lui e la sua famiglia e questi mi rispose d’essere passato da credente a torturatore. Replicai che avrebbe dovuto rispondere a Dio».
«Il 5 gennaio 1951 mi vollero ancora interrogare. Mi misero occhiali completamente oscurati per non farmi comprendere dove andavamo. Ricordo d’una stanza di tortura sulla sinistra. Rividi il capitano con un dossier sui miei interrogatori».

«Nel 1952, dopo due anni dall’arresto, durante il venerdì santo ortodosso, venni sottoposta a processo davanti a sette giudici militari ed insieme ad altri tredici imputati. Dichiararono che “il capo bandito Papa di Roma aveva dato denaro al nunzio perché, attraverso i vescovi, finisse nelle mani dei partigiani che combattevano il governo”. Il processo iniziò alle ore 8 e terminò alle 22, senza nessuna parvenza di legalità, anche perché gli eventuali testimoni a favore, compresi gli avvocati difensori, non sarebbero più tornati a casa. Concluso il dibattimento a senso unico, ognuno di noi ebbe diritto di parlare ed il vescovo imputato affermò d’essere contento di venir giudicato il venerdì santo. Tutti fummo condannati come spie del Vaticano a pene che andavano dal minimo di quattro anni all’ergastolo. Io presi 15 anni ed il vescovo il carcere a vita».
«Quattro anni di detenzione li trascorsi in una prigione a Mislea, tra Ploieşti e Sinaia. – riferiva suor Chiara tra le lacrime – Rinchiusa con altre 650 donne, per la maggior parte studentesse. Nel ’56 mi trasferirono due mesi a Timişoara per interrogarmi e ripropormi un ruolo da spia in cambio della libertà e, poi, in un carcere a Miercurea Ciuc. E dal ’63 fino al 15 aprile 1964, data della mia liberazione, rimasi in una prigione di Oradea. Di 15 anni comminati ne scontai 12 più i 2 di segregazione preventiva».
«Scarcerata, entrai in un monastero a Popeşti-Leordeni, presso Bucarest, ma mai mi sarei aspettata di rimettere piede nella nunziatura dopo tanti anni di drammatica lontananza. A rivoluzione contro Ceauşescu ormai conclusa, autorità del Vaticano si recarono a controllare le condizioni dell’ex rappresentanza della Santa Sede. Credo fosse stata adattata a centro per l’addestramento di frange paramilitari di stampo repressivo, dato che vi venne trovata una cella con fili elettrici per probabili torture. La nunziatura venne riconsegnata al Vaticano il 26 giugno 1990. La riprendemmo padre Tataru, padre Vortos ed io. Successivi lavori di restauro permisero l’inaugurazione ufficiale della Nunziatura apostolica il 5 novembre 1992. Dio ha voluto anche il mio ritorno tra le mura da cui, nel ’50, venni trascinata via».
Nota – Le autorità comuniste di Bucarest denunciarono il concordato del 1927 tra la Romania e la Santa Sede il 17 luglio 1948, rompendo unilateralmente le relazioni. Perseguitarono pure i fedeli greco e romano-cattolici del Paese. Suor Chiara assunse il ruolo storico di testimone diretta dell’evacuazione della nunziatura in quanto, all’epoca, amministratrice, contabile. Il modo in cui subì l’arresto le fecero pensare alla cattura di Gesù nell’Orto degli Ulivi. A differenza sua, le religiose prelevate con lei vennero liberate dopo un anno e mezzo di prigionia. Ai tempi dell’intervista, fu coadiutrice di mons. Mario Zenari (Rosegaferro, frazione di Villafranca di Verona, 5 gennaio 1946), allora consigliere di nunziatura in Romania, fatto cardinale della Diaconia di Santa Maria delle Grazie alle Fornaci fuori Porta Cavalleggeri nel concistoro del 19 novembre 2016, nunzio apostolico in Siria.
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi



















