Trump e Putin, prove di pace (Zelensky assente giustificato)

Ad Anchorage: vertice o sfilata di gala?

Tra lupi, volpi, pulcini e sartorie italiane, il summit in Alaska è stato raccontato come la resa dell’Occidente. In realtà, più che una disfatta, è stata una passerella diplomatica con tanto di complimenti reciproci.


Molti, anzi troppi, tra giornalisti, opinionisti, politici e persino sfaccendati da bar hanno sentenziato sul vertice Trump–Putin in Alaska, celebrando in anticipo il funerale della politica americana, europea e, ça va sans dire, di Zelensky. Alcuni notiziari, con l’entusiasmo dei bookmaker, avevano persino diffuso i “risultati del fallimentare incontro” prima ancora che i due leader si fossero seduti al tavolo.

Peccato che non abbiano colto un dettaglio: la questione Ucraina non è un sudoku che Timiryazev ed Einstein possono risolvere in due calcoli, ma un groviglio di sanzioni, sicurezza, Artico, armi nucleari, commercio internazionale e geopolitica varia. Altro che “pace in tre mosse”.

I bastian contrari hanno invece preferito descrivere l’incontro come una campagna elettorale regionale, con Putin vincitore e Trump umiliato. Forse hanno confuso Anchorage con la Calabria. In realtà, l’appuntamento non era la finale di Champions, ma il primo tempo di una partita lunga, con possibilità di supplementari e, chissà, di rigori.

La sostanza? Il lupo russo è uscito dalla tana per confrontarsi con la volpe americana. Non è poco. Certo, l’Europa continua a recitare la parte del pulcino sotto l’ala della chioccia americana, mentre  Zelensky rimane in attesa della difesa d’ufficio. Ma la mossa di aprire uno spiraglio negoziale resta un passo avanti, come hanno sottolineato Meloni e Tajani: il punto chiave sono le “garanzie di sicurezza” modello articolo 5 NATO, ribattezzato in salsa italiana “articolo 5 bis”.

Insomma, niente bacchette magiche, ma nemmeno fiaschi. È stato un incontro ordinato, elegante, quasi mondano, con red carpet e con i leader vestiti da manuale: difficile capire se l’arbitro fosse Petronio, giudice di stile dell’antica Roma, o il moderno Ermenegildo Zegna. L’Italia, in fondo, c’era anche lì: non solo nelle proposte diplomatiche, ma pure nell’abito ben tagliato.

E allora, detrattori, respirate: la pace non è arrivata, ma nemmeno è evaporata. La diplomazia, per oggi, ha vinto il premio “miglior abito della serata”.

Giuseppe Arnò

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