Insiste la fandonia mediatico-politica della “Pace in Europa da 80 anni”!

 

di Claudio Beccalossi

(Foto originali d’Archivio Beccalossi)

 

   Non funziona la favoletta buonista degli “80 anni di pace in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale”, propinata alla massa di ritenuti creduloni senza minima cognizione storico-realistica.

   Ai saccenti salottieri mediatici e politicanti va sbattuta in faccia la lista dei dissidi brutali avvenuti nel periodo in questione tra nazioni avvolte nelle sedicenti coltri pacificatrici europee, pre e post Cortina di ferro, blocchi contrapposti e sfere d’influenza.

   La retorica della “lunga pace grazie all’Unione europea in itinere” s’accosta all’altra panzana circolante dell’Ucraina “nel cuore dell’Europa” (in ebollizione già dalle proteste di Euromajdan del novembre 2013, poi deflagrate in rovesciamento del governo legittimo ed in ostilità belliche intestine dal 2014), menzionata alla nausea da imbonitori faziosi che, con cervello chiaramente ottenebrato dal servilismo, non distinguono coordinate geografiche e punti cardinali.

   Contrasti armati con vittime nella cosiddetta Europa “sanificata” da violenze e dispute (stando ad una propaganda falsificatrice che ha attecchito bene) è il tragico pregresso contemporaneo del ReArm (non un Arm, dato che gli arsenali di vari Paesi sono stati svuotati, in una grottesca operazione autolesionista per ingrassare il potenziale bellico ucraino) ordito da Ursula von der Leyen che, evidentemente, ambisce al titolo di Oberbefehlshaber (comandante supremo) delle sue kakkientruppen belliciste. Contro un nemico inventato a tavolino, la Russia, che osserva e compatisce il formicaio eurodemente con lo scolapasta in testa e la fionda in mano. Lei, la Russia, con 6.257 testate nucleari (ufficialmente note, più quelle eventualmente segrete) pronte all’uso, divertita per il cosiddetto riarmo di 27 Stati (che, con regole d’ingaggio diverse, si guardano in cagnesco l’un l’altro) verosimile semmai, chissà come e quando…

   Russia, ancora, che se ne infischia d’essere colpevolizzata di asserite mire espansionistiche fino all’isolotto di Monchique (nei pressi di Flores, nelle Azzorre) o, addirittura, a Capo Bjargtangar (promontorio di Látrabjarg, penisola di Vestfirðir, in Islanda), punti estremi occidentali d’Europa. E sempre la Russia che si diverte nel constatare il livello della classe pseudo dirigente di Bruxelles. La quale, per il suo delirio decisionale del piano da 800 miliardi di euro per il ReArm Europe, è arrivata al punto d’applicare l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Ue (che consente all’esecutivo di presentare un testo direttamente al Consiglio in caso d’emergenza, escludendo così il Parlamento).

   Emergenza? Ma quale?

   L’unica emergenza, allo stato odierno, è il grado d’avventatezza di vertici e cortigiani Ue, tenuti lontano come appestati da Trump nelle trattative con Putin verso spiragli di tregua e pace sul fronte russo-ucraino. Ciò che vuole von der Leyen ed il suo “cerchio magico” nel nome della più ottusa strategia guerrafondaia, pare, più che altro, un colpo di Stato in nome di 27 Stati che dilapida risorse ed impoverisce ancor più strati sociali nazionali.

   Non avendo anello al naso e la sveglia al collo, vale la pena di citare degli esempi di ostilità del lungo elenco scoppiato nell’asserita “Europa della pace dopo la Seconda guerra mondiale”. Alcuni ancora in pieno fermento…

   – La guerra civile greca, in atto fin dal 1944 ma, “ufficialmente”, dal 1946 al 1949 fra contrapposte forze, l’una comunista e l’altra anticomunista. Il numero delle vittime da parte delle forze governative durante gli scontri tra il 1946 ed il 1950 ammontò a circa 10.600 soldati e gendarmi, 31.500 feriti e 5.400 dispersi. Inoltre, circa 80mila civili vennero uccisi in esecuzioni, per bombardamenti e mine in entrambi i fronti (cifre stimate, secondo alcuni in difetto).

   – Attentati per l’autodeterminazione, la secessione dell’Alto Adige/Südtirol dall’Italia e l’annessione all’Austria, in vista dell’unificazione politica del Tirolo, ad opera del Befreiungsausschuss Südtirol (BAS, Comitato per la Liberazione del Sudtirolo). Dal 20 settembre 1956 al 30 ottobre 1988 (tra il 1978 ed il 1988 agì il gruppo terroristico Ein Tirol, “Un Tirolo”) furono compiuti 361 attentati (con dinamite, mitra, mine antiuomo) che provocarono 21 morti, tra cui 15 appartenenti alle forze dell’ordine, 2 cittadini e 4 terroristi, deceduti per lo scoppio prematuro delle cariche che stavano piazzando.

   – Conflitto in Irlanda del Nord tra cattolici (nazionalisti e repubblicani irlandesi) e protestanti dell’Ulster (unionisti e lealisti) tra il 1968 ed il 1998, culminato nell’Accordo del Venerdì Santo (od Accordo di Belfast od ancora Accordo di Stormont) del 10 aprile 1998 ma proseguito ancora con attentati ed uccisioni fino al 2019. La lotta per l’indipendenza del Nord Irlanda dal Regno Unito (nota anche come “The Troubles”) ha causato oltre 3.500 morti.

   – Gli scontri armati baschi in Spagna e Francia dal 1968 fino al 2011 tra il governo spagnolo, i gruppi indipendentisti baschi (come l’ETA, Euskadi Ta Askatasuna, lett. “Paese basco e libertà”, movimento terroristico basco-nazionalista indipendentista, con una fazione marxista-leninista) ed i gruppi paramilitari composti da neo-fascisti anti-indipendentismo. L’aspirazione ad uno Stato basco autonomo (“Euskal Herria”) è stata origine di circa 1.200 morti.

   – L’indipendentismo catalano, corrente sociale, culturale e politica che persegue l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna quale Stato sovrano, nell’ambito dei Paesi catalani. Tra 844 e 1.066 i feriti dalle forze dell’ordine durante lo svolgimento del referendum d’indipendenza catalano, non riconosciuto dal governo spagnolo, il 1° ottobre 2017.

   – Il colpo di Stato in Grecia, con l’instaurazione d’un regime dittatoriale (detto “dei colonnelli” o “la Giunta”, d’ispirazione fascista) il 21 aprile 1967 ed andato avanti, sotto varie forme, fino al 24 luglio 1974. Le unità della polizia militare arrestarono, nelle prime ore del 21 aprile 1967, più di diecimila persone, poi trasferite (deportate) in “centri di raccolta” (meglio, campi di concentramento). Il numero esatto od approssimativo delle vittime del colpo di Stato e degli anni di dittatura non è stato determinato con esattezza. Si ritiene, comunque, che centinaia di persone abbiano perso la vita mentre migliaia di altre siano state avviate alla prigionia o represse in quanto oppositrici di sinistra.

   – Il contrasto corso, tra governo nazionale francese ed alcune unità paramilitari di nazionalisti indipendentisti della Corsica (FLNC, Fronte di Liberazione Nazionale Corso ed altri gruppi consimili). Avviato nel 1976 è tuttora attivo, nel silenzio generale dell’“Europa della pace”. Finora sono stati contati 140 morti.

   – La rivoluzione romena del dicembre 1989 che portò al crollo del regime dittatoriale comunista di Nicolae Ceaușescu. Informazioni riassuntive menzionano circa 1.142 morti ed oltre 3.138 feriti (o 1.104 morti e 3.321 feriti).

   – Guerre nell’ex Jugoslavia, tra il 1991 ed il 2001, dopo la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Con efferati crimini di guerra commessi accostati a quelli di memoria storica nazifascista. Il numero complessivo dei deceduti in Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo è calcolato tra 150mila e 200mila, con una considerevole quantità di vittime ancora non identificate. Nella Guerra dei dieci giorni in Slovenia sarebbero stati eliminati 18 sloveni e 44 appartenenti all’JNA (Jugoslovenska Narodna Armija, Armata Popolare Jugoslava, forze armate della Jugoslavia dal 1945 al 1992). In Croazia si stimano tra 12mila e 13.583 i morti o dispersi (oppure 20mila circa). Per la Bosnia ed Erzegovina vengono menzionate cifre, relative al 2005, pari a 93.837 periti, per la maggior parte bosgnacchi (bosniaci musulmani), appartenenti, cioè, al gruppo etno-religioso slavo-meridionale e slavo-musulmano stanziato in prevalenza in Bosnia ed Erzegovina, nel Sangiaccato (regione tra Serbia e Montenegro) e, quale minoranza, nel Kosovo. In base a ricerche dell’ICTY (International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia) delle Nazioni Unite, i decessi in Bosnia ed Erzegovina avrebbero raggiunto un totale di 104.733 tra militari e civili. Mentre, secondo il Centro di documentazione di Sarajevo (2009) i caduti delle due categorie sarebbero stati 97.214. Per quanto riguarda i decessi nella guerra in Kosovo, il Kosovo Memory Book del 2015 ha stabilito che 13.535 (aggiornato nel 2019 a 13.548) persone rimasero uccise o risultarono disperse durante gli eventi bellici, dal 1º gennaio 1998 fino al dicembre 2000. L’Humanitarian Law Center (HLC) ha asserito che almeno 756 persone vennero ammazzate nei bombardamenti della NATO (nel corso dell’Operazione Allied Force, Forza alleata) contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević, tra il 24 marzo ed il 10 giugno 1999.

 

Rovine e drammi ancora visibili

Impatto greco-turco ed invasione turca di Cipro che iniziò il 20 luglio 1974. In replica turca al colpo di Stato militare ordito dalla dittatura dei colonnelli (Giunta militare) greca ed attuato dalla Guardia nazionale cipriota e dall’EOKA B o EOKA 2 (Ethnikí Orgánosis Kypríon Agonistón Β, organizzazione paramilitare greco-cipriota attiva tra il 1971 ed il 1974, di radice nazionalista, di destra, favorevole all’Enōsis, il tutt’uno tra Cipro e Grecia), che aveva deposto il primo presidente cipriota, l’arcivescovo greco-ortodosso Michaíl Christodulu Mùskos, capo della Chiesa ortodossa di Cipro dal 1950 col nome di Makarios III. Conquistato circa il 36,2% dell’isola tra luglio ed agosto, da allora la parte settentrionale di Cipro (dove i greco-ciprioti costituivano l’80% della popolazione ed un terzo fu espulso, innescando un palese caso di pulizia etnica) è in mano ai turchi fino alla Linea Verde del cessate il fuoco, con la creazione, nel 1983, di un’autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord (RTCN) riconosciuta, a livello internazionale, solo dalla Turchia che la occupa militarmente. Nel corso delle operazioni militari furono commesse atrocità nei confronti di civili turco-ciprioti e greco-ciprioti. I massacri più noti furono quelli di turco-ciprioti a Maratha/Muratağa, Santalaris/Sandallar e Aloda/Atlılar Katliamı da parte di membri greco-ciprioti dell’EOKA B, il 14 agosto 1974. 126 persone vennero uccise. Altra strage, nello stesso giorno, fu quella nel villaggio di Tochni/Taşkent, presso Larnaca, dove sempre l’EOKA B (assieme ad ufficiali greco-ciprioti) fece fuori 84 (o 85 od 89) turco-ciprioti. Si diffuse la notizia “d’un eccidio di 36 persone in un piccolo villaggio turco vicino a Limassol, addebitato a greco-ciprioti obbligati a sopprimere abitanti turco-ciprioti prima dell’arrivo dei militari di Ankara” (“Washington Post”, 23 luglio 1974). Nel 2007 iniziò la restituzione ai familiari dei resti identificati di persone scomparse durante gli eventi. Falliti vari tentativo di riunificazione, oggi i governi turco e turco-cipriota persistono sui due Stati. Un altro caso di crisi irrisolta e di dissidio armato in sospeso nell’Europa “pacificata” dopo la Seconda guerra mondiale. Le perdite stimate riferiscono, tra militari e civili, 4.500-6mila morti greci e greco-ciprioti e 1.500-3.500 caduti turchi e turco-ciprioti.

   – Rivoluzione dei Garofani, nell’ambito della transizione verso la democrazia in Portogallo e che portò all’ottenimento dell’indipendenza delle colonie Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Capo Verde e São Tomé e Príncipe dopo guerre che si protraevano dal 1961. Il 25 aprile 1974 un incruento colpo di Stato militare concluse la lunga dittatura di Estado Novo (Nuovo Stato) avviata ancora nel 1933 da António de Oliveira Salazar. Vennero tuttavia registrate 5 vittime civili, uccise dalle forze governative di Estado Novo, oltre ad un agente di polizia assassinato ed a vari feriti.

   – Guerra per l’indipendentismo della Transnistria (Repubblica Moldava della Transnistria) dalla Moldavia, combattuta tra il 2 marzo ed il 21 luglio 1992 (quando venne firmato un accordo di cessate il fuoco) tra forze armate moldave (appoggiate da addestratori e volontari romeni) e russe (supportate da volontari russi – cosacchi – ed ucraini), con primi 3 morti e 16 feriti (tutti civili) per mano di militari moldavi già il 2 novembre 1990. Emersero violazioni dei diritti umani e delle leggi di guerra da entrambe le parti. Il tragico conto reso noto fu di 1.413 regolari russi, transnistri e volontari e di 1859-1.904 moldavi e volontari romeni morti. I deceduti civili, a loro volta, ammontarono a 600 transnistriani ed a 400 moldavi. Un apparato di peacekeeping alle dipendenze d’un comando militare comune (Joint Control Commission, JCC) controlla l’applicazione dell’accordo di cessate il fuoco. Ma anche qui la situazione è tuttora a rischio…

   Quanto sopra sintetizzato è una consistente selezione di casus belli nell’Europa “bonificata” dalla guerra dopo quella (cosiddetta ultima) conclusa con la resa incondizionata della Germania, l’8 maggio 1945.

   Mancano al drastico appello la sollevazione armata antisovietica ungherese dell’ottobre-novembre 1956 (rimasero uccisi 2.652 militari e civili ungheresi dei due schieramenti e 720 soldati sovietici, più 1.540 feriti). E l’invasione della Cecoslovacchia (in reazione alla Primavera di Praga), fra il 20 ed il 21 agosto 1968. Quando un sistema offensivo in crescendo (da 250mila a 500mila) di soldati di Stati membri del Patto di Varsavia (Unione Sovietica, Polonia, Bulgaria, Ungheria, più un ristretto numero di specialisti della Germania Est, con Romania ed Albania dissenzienti) e con dapprima 2mila mezzi corazzati aumentati a 6.300 poi, irruppe nel Paese. Sono diverse le valutazioni riguardo a quanti persero la vita durante l’occupazione. 137 civili cecoslovacchi sarebbero morti e circa 500 avrebbero subito gravi ferite. Morirono 108 soldati del Patto di Varsavia mentre 5 cecoslovacchi in divisa si suicidarono. Nell’agosto 2015 due storici cechi hanno aggiornato il numero dei decessi: 402 civili e 135 militari.

   Nel pentolone del continente inquieto vanno annoverati i movimenti terroristico-insurrezionali di sinistra e destra (solo in Italia, durante i famigerati “anni di piombo”, ci furono circa 350 morti e più di 1.000 feriti), le azioni stragiste perpetrate da soggetti ed organizzazioni palestinesi connesse non solo al dissidio israelo-palestinese ma, pure, al nazionalismo palestinese ed all’islamismo. Come pure gli attentati con vittime causati dal  fondamentalismo islamico e da gruppi jihadisti.

   E questa sarebbe la tanto decantata “pace assicurata da mamma Europa per 80 anni”?

Seguono immagini sulla Guerra in Bosnia ed Erzegovina. Sfacelo a Mostar

 

 

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