Aveva puntato tutto su un’amicizia extracurriculare con due egomaniaci d’Oltreoceano. Ora che si odiano tra loro, Meloni resta senza sponde, senza strategia e senza inviti ai tavoli che contano.

Doveva essere il colpo da maestro della sua diplomazia 2.0: bypassare i canali istituzionali, snobbare le cancellerie europee, e giocarsi la carta dell’amicizia stretta — strettissima — con i due profeti del nuovo ordine mondiale: Donald Trump e Elon Musk. Una geopolitica fatta a colpi di tweet, foto op, e sorrisi plastificati a favore di telecamera. Il mondo era il suo palcoscenico, e lei la protagonista alternativa al “sistema”.
Poi, però, è arrivata la scena madre: Musk e Trump si odiano. E non per finta. Volano insulti, minacce, screditamenti pubblici — roba che nemmeno nelle peggiori riunioni condominiali.
Giorgia, intanto, si ritrova in mezzo. Come quei bambini di genitori separati che nessuno vuole più il weekend. Solo che qui non ci sono assistenti sociali, solo uno scenario internazionale che corre — e lei che ansima per tenere il passo.
Nel frattempo, l’Europa — quella seria — cambia passo. Il duo Macron-Merz, con il placido Starmer in appoggio, costruisce un asse conservatore pragmatico, alieno tanto ai sovranismi da talk show quanto agli attacchi isterici alla “tecnocrazia di Bruxelles”. Il terzetto si ritrova unito da una consapevolezza: o si governa con serietà, o si finisce a fare le comparse di Musk su X.
E Meloni? Non pervenuta. Politicamente orfana, retoricamente esposta, strategicamente inconsistente. Aveva costruito un castello sul legame con due personalità inafferrabili, pensando che bastasse un selfie per garantirsi un posto nella storia. Oggi il castello è crollato. E sotto non c’era nemmeno il materasso.
Il problema è che questa solitudine non è solo personale, ma sistemica. A tre anni dalla vittoria elettorale, il governo Meloni non ha una visione chiara né per l’Italia né per l’Europa. Naviga a vista tra dossier che bruciano e alleanze che evaporano. Il suo capolavoro resta il risiko bancario, giocato più per mantenere coesione interna che per dare una strategia al Paese. Sottile, ma poco utile a Bruxelles o a Washington.
Chi sperava che l’opposizione cavalcasse il momento, è servito: tra flash mob da oratorio, scenette parlamentari da TikTok e clamorosi fallimenti referendari, riescono nell’impresa di sembrare persino meno preparati di chi governa. È il festival dell’inconcludenza bipartisan.
Eppure qualcosa sta cambiando: i grandi — quelli veri — ridisegnano gli equilibri. Il trumpismo muta pelle, la destra radicale viene (almeno in teoria) arginata, la politica torna a richiedere competenza e affidabilità. Ma Meloni è rimasta col cerino in mano. L’ultima a credere nella favola di un’alleanza glamour con due egocentrici in guerra.
Conclusione:
Ora non resta che una domanda: riuscirà Meloni a reinventarsi statista dopo aver interpretato per troppo tempo il ruolo di fan VIP nei backstage della geopolitica? Oppure finirà come molti attori che hanno puntato tutto su una sola parte e oggi si aggirano nei talk show a raccontare di quando “erano famosi”? La stoffa ce l´ha per riaffermarsi; stiamo a vedere!
La geopolitica non è un talent. Ma qualcuno glielo spieghi prima che parta il prossimo casting.
Giuseppe Arnò



















