Da anni il dibattito sul “caro affitti” per gli studenti universitari fuori sede è tornato al centro dell’attenzione, alimentato da proteste in tenda nelle piazze e dal sostegno politico più o meno coerente. Ma dietro la retorica della “lotta per il diritto allo studio”, vale la pena porsi alcune domande concrete: chi sono davvero questi studenti fuori sede? E chi può permettersi oggi di studiare a centinaia di chilometri da casa?
L’Italia presenta un’offerta universitaria estesa e articolata: non esiste regione, e raramente provincia, che non abbia almeno una sede universitaria. A ciò si aggiunge la crescita esponenziale delle università telematiche, con sedi d’esame sparse ovunque, alimentate da un marketing aggressivo e capillare.
Eppure, nonostante questa capillarità, l’Italia resta fanalino di coda in Europa per numero di laureati. Il compianto prof. Domenico De Masi attribuiva il fenomeno alla scarsa attenzione dello Stato verso l’università e la ricerca. Ma questa lettura appare parziale.
Il tessuto produttivo italiano è fatto per oltre il 90% da micro e piccole imprese a conduzione familiare, attive nei settori più tradizionali. Con circa quattro milioni di partite IVA — il doppio di Germania e Francia — l’Italia offre un contesto in cui spesso il titolo di studio universitario è visto come superfluo per la prosecuzione dell’attività di famiglia. Molti giovani, in vista del passaggio generazionale, si fermano al diploma, preferendo percorsi tecnici più immediatamente utili al lavoro concreto.
Ma torniamo al caro-affitti. Se il sistema universitario è già saturo in termini di offerta, concentriamoci sui veri “fuori sede”: coloro che, per ambizione o per la reputazione dei corsi, si spostano da Sud a Nord per frequentare le università più blasonate — Roma, Milano, Torino, Bologna, Venezia, Firenze, Napoli.
Chi sono queste famiglie che riescono a mantenere un figlio fuori sede? Realisticamente, si tratta di nuclei con redditi tra i 40 e i 50 mila euro netti annui. Un figlio in una grande città costa almeno 1.000-1.200 euro al mese: tra affitto, cibo, trasporti, libri e spese accessorie. Un terzo del reddito familiare. Se consideriamo anche il mutuo, resta poco margine per il resto della famiglia.
Le famiglie con redditi inferiori, di norma, scelgono università più vicine, anche a 150-200 km, facendo i pendolari o rientrando nel fine settimana. Inoltre, queste famiglie accedono spesso a borse di studio regionali e altri benefici, nella misura in cui i bilanci lo consentono.
Allora, quante sono le famiglie in grado di sostenere davvero gli studi fuori sede in una grande città? Poche. Una minoranza benestante del ceto medio-alto.
In questo contesto, la presenza di Elly Schlein nelle piazze accanto agli studenti in tenda pone interrogativi politici. Solidarietà a chi, escludendo ogni retorica, è figlio di famiglie relativamente abbienti, che probabilmente non votano nemmeno a sinistra? E i figli delle famiglie più fragili, che restano a casa, pendolari o iscritti ad atenei locali, dove sono in questo racconto?
Chi replica dicendo che è ingiusto precludere ai meno abbienti l’accesso alle università d’élite ha perfettamente ragione. E infatti, in passato, queste disuguaglianze venivano corrette con un sistema di sostegno pubblico basato sul merito: borse di studio, case dello studente, esoneri totali da tasse, trasporti e mense gratuite per gli studenti meritevoli ma privi di mezzi. Oggi, però, questi strumenti si sono appiattiti sull’indicatore ISEE, dove il merito spesso passa in secondo piano.
Basta ascoltare alcune delle testimonianze raccolte in trasmissioni come Piazza Pulita per capire il cambio di paradigma. Una studentessa di Alzano, a 7 km da Bergamo, vuole studiare alla Statale di Milano e pretende che lo Stato si faccia carico dell’affitto. Uno studente laziale rifiuta l’università vicino casa per andare alla Sapienza, sempre a spese pubbliche. Un giovane amministratore milanese accusa il governo di aver distrutto la “politica della casa”, mentre un altro invoca apertamente l’esproprio delle abitazioni sfitte.
Insomma, pare che oggi il diritto allo studio significhi, per alcuni, diritto alla scelta della città preferita — e alla casa gratis.
Nel frattempo, gli studenti italiani occupano gli ultimi posti in quasi tutte le classifiche internazionali per qualità della preparazione e rendimento accademico. Ma evidentemente, ciò che conta è altro. Lo dice anche Michela Marzano, intellettuale di punta della sinistra, che dalla cattedra ama ripetere che nella vita non contano il merito e i sacrifici, ma la chance, la fortuna. In parole povere: “il culo”.
Così, mentre si grida allo scandalo per gli affitti alti nelle metropoli universitarie, resta sullo sfondo una realtà meno raccontata: quella degli studenti realmente meritevoli e realmente in difficoltà, che non fanno rumore, non occupano le piazze, ma lottano ogni giorno per studiare e costruirsi un futuro. Senza tende e senza telecamere.
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