Una divertente costante della politica moderna

 

Con buona pace dei politici di ieri , che forse avevano meno strumenti ma più visione, oggi i cellulari sono i veri protagonisti della politica. C’è un’immagine che pare scolpita nella pietra della politica contemporanea: quella dei politici, senza distinzione di partito o carica, incollati ai loro inseparabili cellulari. Li vediamo così ovunque: mentre salgono sulle auto blu, sfrecciano nei corridoi del Parlamento o si affrettano verso incontri riservatissimi. E viene spontaneo chiedersi: staranno risolvendo crisi internazionali? Mediando accordi di pace? Oppure leggendo un messaggino del tipo: “Caro onorevole, potresti…?”, “Ho bisogno di un…”, “Mi raccomando…”?

Questa “sindrome da cellulare perpetuo”, o nomofobia, è lo specchio perfetto della nostra epoca: un’era in cui il telefonino è trivalente – scudo, trofeo e passatempo tutto in uno. Uno scudo per evitare domande scomode dei giornalisti (“Oh, ora no, mi spiace, sono al telefono!”), un trofeo per sembrare sempre al centro dell’azione e – perché no – un passatempo per scrollare tra chat e notifiche mentre si aspetta la prossima foto ufficiale.

Più realisticamente, è il risultato di agende elettorali infernali, gruppi WhatsApp traboccanti di inutili pettegolezzi e la convinzione che essere sempre connessi equivalga a essere indispensabili. Insomma, una scena che mescola smania, apparenza e un pizzico di teatralità.

Ma la domanda che ci tormenta è un’altra: perché i nostri politici sembrano sempre incollati al telefono davanti alle telecamere? È un caso o una posa studiata per comunicare al mondo: “Vedete? Sono impegnatissimo!”? Forse è un modo per evitare occhi indiscreti, o – più probabilmente – per sfuggire a domande imbarazzanti con l’alibi perfetto: “Scusate, ho una chiamata urgente… con il destino del nostro Paese!”

Ironie a parte, questa mania del manager sempre connesso racconta molto del nostro tempo. La politica sembra purtroppo più concentrata sull’apparire attiva che sull’essere realmente produttiva. Eppure, chissà? Tra una chat e una ripresa televisiva, magari una buona decisione si riesce pure a prenderla.

Dopotutto, che mondo sarebbe senza il cellulare? Forse uno in cui potremmo finalmente osservare i politici camminare per strada guardando davanti a sé, come comuni mortali, invece di sembrare eternamente in videoconferenza con l’intero pianeta.

Abbiate comunque pazienza: la trovata del cellulare avrà vita breve. Il politico del futuro sarà probabilmente sostituito dall’intelligenza artificiale. Più della metà degli italiani lo desidererebbe già, e in alcuni Paesi il politico virtuale è una realtà. Se l’idea che la tecnologia sostituisca la politica può sembrare aliena, di certo essa potrà contribuire a migliorarla. E non di poco.

Giuseppe Arnò

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