La Siria: dove il Medio Oriente decide di allenarsi nel caos geopolitico estremo, il tutto a spese della popolazione. Dopo mezzo secolo di regime Assad, seguito da 13 anni di devastazione, un lampo di rivoluzione ridisegna il Paese e le alleanze. Ma non temete: il caos rimane l’unico elemento stabile.
Gli Stati Uniti? Hanno impostato il pilota automatico con un tocco di propaganda democratica, guardando il tutto da una comoda finestra panoramica. La Turchia, nel frattempo, sta raccogliendo i frutti di una strategia che combina aiuti umanitari con il pragmatismo brutale, inclusi droni e alleanze discutibili. Erdogan ora sogna di diventare il regista del Medio Oriente, finanziato dalle monarchie del Golfo.
Israele, sempre con una mano pronta al raid e l’altra a rivendicare vittorie, si gode un Assad fuori dai giochi, ma già si prepara a fronteggiare nuovi nemici. La Russia? Una potenza indebolita, ma tenace nel preservare le sue basi, perché Tartus e Ḥumaymīm sono il minimo sindacale per restare nel gioco. Quanto all’Iran, perde tutto, incluso il corridoio siriano, e ora si consola accarezzando il sogno nucleare.
E il fronte ribelle? Un cocktail esplosivo di jihadisti, laici, curdi e altri attori, uniti temporaneamente solo dalla caduta di Assad. La stabilità? Fantascienza. Invece di governare, ci si prepara alla prossima guerra civile. Hayat Tahrir al-Sham, presentandosi come “moderati” con un curriculum da jihadisti, è la ciliegina sulla torta di questa rivoluzione surreale.
Conclusioni
La Siria, più che una nazione, è ora un teatro di potenze esterne e sogni infranti. Invece di rappresentare un futuro radioso, questo cambio di regime appare come il preludio a un’ulteriore frammentazione. Insomma, il Medio Oriente ha ancora una volta dimostrato che per ogni risposta trovata ci sono almeno dieci nuove domande. E noi? Stiamo a guardare, possibilmente con un buon caffè in mano.
Giuseppe Arnò