di un osservatore curioso
Si narra che i giornalisti italiani siano i più a sinistra d’Europa, con una propensione tale da far arrossire persino il sole al tramonto. Lo certificano studi e statistiche che, con numeri e grafici, ci raccontano una verità quasi poetica: le penne italiane tendono a scivolare verso una sola direzione, lasciando i lettori moderati a navigare in acque spesso turbolente e poco equilibrate.
Questa inclinazione, ahimè, non passa inosservata. Il cittadino moderato, leggendo le cronache intrise di partigianeria, inizia a sentirsi come un ospite non invitato a un banchetto dove il menù è deciso da altri. Così, a poco a poco, si allontana. La fiducia evapora, lasciando dietro di sé un vuoto che né i politici né i giornalisti sembrano voler colmare.
Poi c’è la stampa moderata, quella neutrale, che resiste eroicamente come una specie in via d’estinzione. Ma anche lei, poveretta, viene spesso risucchiata dalla forza gravitazionale delle correnti ideologiche dominanti. Per fortuna, una nuova legge europea promette di proteggerla da ingerenze politiche ed economiche, come un cavaliere medievale armato di regolamenti e clausole.
E i politici, in tutto questo? Ah, loro. Fanno le loro scelte, a volte discutibili, come quando al recente G20 di Rio de Janeiro un noto rappresentante del popolo ha preferito il fascino della “Cidade Maravilhosa” a un incontro con la stampa neutrale. Peccato, perché quella stampa avrebbe potuto fare da ponte verso i connazionali lontani, quelli che vorrebbero sentirsi ancora parte di una comunità legata al proprio Paese.
Ma tant’è. Se il politico dimentica il suo popolo, rischia che il popolo dimentichi lui. E come nella Bibbia, il cittadino deluso potrebbe sussurrare: “Signore, il mio politico mi ha dimenticato”. Forse, un giorno, anche il politico si troverà a riflettere amaramente: “Signore, il mio popolo mi ha dimenticato”.
Ma chi è causa del suo mal, si sa, pianga se stesso. O magari scriva un editoriale, sperando che almeno quello venga letto.
Redazione