E tutti quei grandi politici, scrittori, giornalisti, attori, registi, musicisti, ecc., che hanno fatto le loro vite tra relazioni extraconiugali e scambi di partner, spesso formando quelle che oggi chiamiamo “famiglie allargate” (dove, però, le donne non avevano poi tutta questa voce in capitolo)? Continuiamo a metterli su un piedistallo o iniziamo a rivedere il loro mito?
E le grandi donne di quel mondo? Attrici, cantanti, scrittrici, giornaliste, che magari hanno accettato e sostenuto in silenzio le scelte di quei “grandi uomini”? Erano tutte complici? O dobbiamo vederle come vittime, sfruttate e tradite dal sistema patriarcale? Come le giudichiamo oggi?
Paola Cortellesi, che di quel mondo ha esperienza diretta, cosa ne pensa? Che opinione ha delle dinamiche di potere in quel contesto?
E gli eredi dei grandi del cinema italiano – De Sica, Rossellini, Gassman, Tognazzi, Comencini – che con le loro opere hanno raccontato le miserie del dopoguerra italiano? Quei padri, spesso vicini al Partito Comunista, hanno sì denunciato le ingiustizie, ma allo stesso tempo si sono arricchiti e hanno condotto vite da privilegiati. Oggi, come si collega tutto questo alla denuncia della Cortellesi, con il suo film in bianco e nero che strizza l’occhio al neorealismo?
La sua denuncia è solo rivolta alla classe operaia – che nel frattempo è diventata un po’ ceto medio? Oppure anche alle altre classi sociali? Perché, diciamocelo, l’alta borghesia continua a “patriarcare” indisturbata.
Che destino amaro quello della classe operaia: ogni volta che cerca di emanciparsi e avanzare, c’è qualcuno che arriva a rimettere tutto in discussione, facendola sentire colpevole delle sue aspirazioni piccolo-borghesi. Forse è per questo che Bertinotti citava sempre quella frase del “Sol dell’Avvenire”: “Non conta la meta, ma il cammino”. Un modo elegante per non certificare mai un fallimento, così che i soliti noti possano continuare a occupare i loro posti di privilegio, cambiando solo i simboli e i nomi del partito: PC, PDS, DS, PD…